Ventisette interviste e un dubbio: cosa resta del film sulla Gialappa’s
Il dodicesimo documentario di Walter Veltroni prova a raccontare la televisione attraverso la Gialappa’s Band, ma accumula testimonianze, repertorio e simboli senza trovare una vera forma cinematografica.
Ventisette persone davanti alla macchina da presa, una lunga sequenza di materiali d’archivio e il trio della Gialappa’s ripreso più volte nello stesso modo: il nuovo lavoro di Walter Veltroni punta sulla quantità, ma fatica a trasformarla in racconto. L’assurda storia della Gialappa’s Band dovrebbe ricostruire quarant’anni di televisione e costume, invece procede per accumulo, con collegamenti spesso fragili e soluzioni visive ripetitive.
Veltroni arriva così al suo dodicesimo documentario in dodici anni. Dopo essersi occupato di politica, musica e calcio, il regista affronta questa volta la storia della televisione, concentrandosi su Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto. Il risultato, però, appare più vicino a una raccolta di interventi e ricordi che a un film compiuto.
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Il racconto si perde tra le interviste
Il problema emerge già nei primi minuti, quando le domande frontali e il tono da servizio televisivo lasciano poco spazio a una costruzione narrativa. Gli intervistati si susseguono senza che il montaggio riesca davvero a organizzarne i punti di vista, mentre la presenza dei tre protagonisti resta affidata soprattutto a inquadrature a mezzo busto, riproposte anche individualmente verso la parte conclusiva.
Per dare movimento a una struttura che rischia di rimanere ferma, Veltroni inserisce il Mago Forest in uno studio poco illuminato. Il suo dialogo con il regista, trasformato anche in voce narrante e spalla comica, dovrebbe creare un contrappunto alla serie di testimonianze. L’espediente, tuttavia, sembra più un riempitivo che una soluzione drammaturgica.
Un secondo artificio riguarda Elio delle Storie Tese, sistemato tra Faso e Cesareo. Le sue reazioni vengono mostrate per pochi istanti dopo le battute o le osservazioni degli altri comici, come se fossero una punteggiatura visiva. Il meccanismo viene ripetuto con tale insistenza da assumere la forma di un ritornello, sospeso tra tormentone e richiamo alla mortalità.
Repertorio e lacrime guidano il montaggio
Ampio spazio è dedicato ai filmati di Mai dire gol, talvolta proposti in blocchi quasi completi. Tra questi compare anche uno sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo nei panni di tre medici, lungo quasi tre minuti. La ricerca d’archivio, però, non diventa davvero indagine: il ritrovamento viene esibito come un trofeo, senza che il materiale venga sempre inserito in un percorso interpretativo.
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Un passaggio lo rende evidente. Quando Claudio Bisio minimizza il proprio coinvolgimento in un vecchio programma di Odeon TV, Veltroni interviene dalla voce narrante con «Ce l’abbiamo!». La battuta trasforma il reperimento della clip in un momento celebrativo, più interessato alla scoperta in sé che al suo significato nella storia della televisione.
Anche l’emozione viene cercata in modo scoperto. Il film insiste sui primi piani destinati a catturare la lacrima e, tra i vari esempi, si sofferma sull’anziano Teo Teocoli. È una scelta che conferma una formula già riconoscibile nel cinema documentario di Veltroni: ottenere una reazione emotiva evidente invece di lasciarla emergere dal racconto.
La storia d’Italia entra senza legami
Dopo circa metà proiezione, il confronto tra i membri della Gialappa’s e i numerosi comici coinvolti si prolunga in un estenuante botta e risposta. A quel punto il film abbandona ulteriormente il proprio oggetto e inserisce una serie di immagini dedicate agli ultimi decenni della storia nazionale e internazionale.
La didascalia iniziale richiama i quarant’anni che avrebbero cambiato l’Italia, ma il successivo montaggio di fotografie non chiarisce il rapporto con la Gialappa’s Band. Compaiono la caduta del Muro di Berlino, la Guerra del Golfo, Silvio Berlusconi ripetuto più volte, Antonio Di Pietro in toga, Giovanni Falcone, la strage di Capaci, Paolo Borsellino, la strage di via d’Amelio, Achille Occhetto e Carlo Azeglio Ciampi.
Questa successione di icone politiche e tragedie nazionali assomiglia più a un album di simboli riconoscibili che a un’analisi del periodo raccontato. Il documentario finisce così per confondere la memoria collettiva con la celebrazione del proprio repertorio: molte immagini, molte voci e numerosi richiami, ma una direzione cinematografica che resta difficile da individuare.
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