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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

La pernacchia che smascherava l’Italia: il metodo Bracardi

Dal pianoforte alle maschere di Alto gradimento, il comico romano trasformò l’autoironia in una forma di pensiero capace di ridicolizzare la retorica e la presunzione.

Giorgio Bracardi è morto il 12 ottobre a 93 anni, lasciando un’eredità molto più ampia di una galleria di urla, personaggi assurdi e versi animaleschi. La sua comicità nasceva da una convinzione precisa: per mettere a nudo la seriosità del potere e degli uomini convinti di avere sempre ragione, potevano bastare una voce deformata, una pernacchia o un solenne “PATROCLOOO!”.


Dalla musica alla comicità radiofonica

Nato a Roma il 3 maggio 1933, Bracardi crebbe in una famiglia interamente immersa nella musica. Il padre era tenore, la madre soprano e i cinque figli furono indirizzati allo studio di uno strumento. Per lui arrivarono il pianoforte, la composizione e persino Sanremo, dove partecipò come autore.

A un certo punto, però, quella formazione musicale prese una direzione imprevedibile. La ricerca di un linguaggio davvero popolare passò anche attraverso suoni sgraziati, grida e creature quasi preistoriche, fino a trasformare il repertorio del musicista in una miniera di trovate comiche.

La svolta fu Alto gradimento, il programma costruito insieme a Renzo Arbore, Gianni Boncompagni e Mario Marenco. In quello spazio Bracardi non si limitava a prendere di mira la politica o la società: inventava figure deformate, capaci di mostrare quanto potessero diventare ridicoli i ruoli più solenni.


Le maschere contro la presunzione

Scarpantibus, Max Vinella, Ermanno Catenacci, il dottor Marsala, Onorato Spadone, Benito Cerbottana e Malik Maluk erano soltanto alcuni dei suoi personaggi. Il giornalista petulante, il gerarca sempre furibondo, il dirigente Rai tormentato dall’emicrania e il farmacista dispensatore di purghe componevano un universo nel quale ogni autorità finiva per perdere dignità.

Arbore lo definì “un intellettuale sotto mentite spoglie”, sottolineando la sua capacità di giocare con gli elementi più bassi pur partendo da una solida cultura. La volgarità, nel suo caso, non era una scorciatoia dettata dalla povertà delle idee: diventava uno strumento. Bracardi si fingeva ingenuo per mettere in difficoltà i sapienti, oppure assumeva i tratti dello sciocco per incrinare la sicurezza dei seri e dei presuntuosi.

Anche i suoi ritorni televisivi confermarono questa vocazione. Nel 1985, con Quelli della notte, accanto ad Arbore, proponeva ogni sera una maschera diversa, improvvisata e apparentemente destinata a durare il tempo di una battuta. Alcune di quelle invenzioni, invece, entrarono nel linguaggio comune come intercalari e tic difficili da dimenticare.


La sconfitta diventa una festa

Tra le sue creazioni più emblematiche c’era Che felicità, una celebrazione paradossale del fallimento. Il brano trasformava la consapevolezza della propria mediocrità in un motivo di allegria: dichiararsi povero o sconfitto prima che lo facessero gli altri significava sottrarsi alla vergogna della caduta.

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Nel 1998 Elio e le Storie Tese ripresero quel motivo in Craccracriccrecr, confermandone la natura di inno giocoso e trascinante. Dietro la superficie demenziale si intravedeva un’idea precisa: l’autoironia può diventare una difesa preventiva, perché chi si colpisce da solo rende più difficile agli altri trasformare il difetto in un’arma.

Il bersaglio di Bracardi non era soltanto il potere. C’erano anche il professore monarchico Aurelio Marcellini, pronto a liquidare ogni ragionamento con il suo “Chettefrega?”, e il gerarca che urlava “In galera!”. Tutti rappresentavano una superbia portata all’eccesso, fino a diventare caricatura.


Il ricordo di Franco e l’ultima lezione

La storia di Giorgio è inseparabile da quella del fratello Franco, morto nel 2005. Pianista storico del Maurizio Costanzo Show, autore di brani interpretati da Raffaella Carrà come A far l’amore comincia tu, Fiesta e Ballo ballo, Franco fu anche la spalla di Lino Banfi in Vieni avanti, cretino.

I due fratelli provenivano dalla stessa casa musicale, ma avevano temperamenti scenici opposti: Giorgio irruento e deformante, Franco più misurato e garbato. Insieme rappresentavano due modi di trasformare quella formazione in spettacolo, passando dal pianoforte alla battuta e dallo sberleffo alla comicità d’avanspettacolo.

Negli ultimi anni Bracardi era stato coinvolto con Arbore in una causa sulla paternità di Alto gradimento. Nonostante il contenzioso, alla notizia della morte il suo antico compagno di lavoro ne ha ricordato l’unicità e l’impossibilità di sostituirlo.

La lezione di Bracardi ricordava l’avvertimento rivolto, secondo la tradizione, ai generali romani durante il trionfo: “Guarda dietro di te, ricorda che sei un uomo”. Ogni volta che qualcuno si prendeva troppo sul serio, lui riportava tutto a terra con una pernacchia. Non per negare l’assurdità dell’esistenza, ma per renderla più sopportabile trasformandola in una risata.

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