4.000Lettori online ora
Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Pegasus senza controllo: i dati dei polacchi finiti in Israele

Un’inchiesta accusa il precedente governo di aver usato fondi destinati alle vittime e un sistema di sorveglianza che Varsavia non poteva gestire pienamente

Il punto più grave emerso in Polonia non riguarda soltanto l’uso di Pegasus per controllare centinaia di telefoni, ma il fatto che lo Stato non disponesse del dominio completo sul sistema. Secondo gli accertamenti della Procura e della commissione parlamentare, informazioni raccolte su magistrati, giornalisti, attivisti e oppositori sarebbero state trasferite fuori dal Paese, fino a Israele.

Il premier Donald Tusk ha definito la vicenda «un crimine contro lo Stato» e l’ha indicata come il più serio scandalo polacco dalla fine dell’Unione Sovietica. Le nuove conclusioni investigative hanno inoltre portato la commissione d’inchiesta a presentare 11 denunce nei confronti di esponenti dell’ex maggioranza nazional-conservatrice.


Il sistema che Varsavia non governava

Pegasus, sviluppato dalla società israeliana NSO Group, era stato acquistato durante i governi di Diritto e Giustizia, rimasti al potere dal 2015 al 2023. A utilizzarlo era l’Ufficio centrale anticorruzione, indicato con la sigla CBA, anche per attività presentate come strumenti di contrasto al terrorismo e alla criminalità.

Le perizie degli esperti dell’intelligence hanno però rilevato che il CBA non poteva accedere a determinati profili amministrativi né a tutte le parti dell’architettura informatica. Di conseguenza, gli operatori polacchi non erano in grado di verificare né controllare integralmente le operazioni eseguite attraverso il programma.

La Procura ha spiegato che il software consentiva di acquisire numerosi contenuti dai dispositivi senza che i proprietari ne fossero informati: conversazioni, messaggi, immagini riprese dalla telecamera, suoni raccolti dal microfono e dati sulla posizione. La commissione ha inoltre stabilito che i magistrati chiamati ad autorizzare le intercettazioni non conoscevano pienamente le capacità del sistema, soprattutto l’accesso diretto ai contenuti dei telefoni.


I soldi pubblici e le accuse di Tusk

Per l’acquisto e la gestione di Pegasus sarebbero stati impiegati complessivamente 60 milioni di złoty. Di questa somma, 25 milioni provenivano dal Fondo di Giustizia, destinato all’assistenza delle persone vittime di reati. Il contratto stipulato con NSO Group superava invece i 33 milioni di złoty.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Tusk ha accusato il precedente esecutivo di aver finanziato uno strumento di sorveglianza con risorse che avrebbero dovuto sostenere le vittime. Nel video diffuso sui suoi canali, il primo ministro ha sostenuto che l’apparato permetteva di raccogliere informazioni sui cittadini e sui dirigenti dell’opposizione, mentre una parte del controllo restava a un’azienda straniera.

La presidente della commissione, Magdalena Sroka, ha affermato che l’inchiesta ha confermato quanto sarebbe stato occultato per anni: «Lo Stato non ha mai avuto un controllo completo su Pegasus». A suo giudizio, tra i dati esposti figuravano anche quelli di giudici, procuratori, amministratori locali e rappresentanti politici contrari all’allora governo.


Undici denunce sul tavolo

Il rapporto finale della commissione parlamentare chiama in causa alcuni dei principali esponenti di Diritto e Giustizia. Tra le persone indicate compaiono l’ex ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro, l’ex responsabile dei servizi segreti Mariusz Kamiński e Piotr Pogonowski, già alla guida dell’intelligence.

Secondo il deputato della Sinistra Tomasz Trela, resta impossibile stabilire con certezza quale uso sia stato fatto delle informazioni sottratte e se possano essere impiegate in futuro. Il parlamentare ha sottolineato che la questione assume un peso ancora maggiore perché tra i bersagli vi erano anche figure pubbliche.

Tusk ha chiuso la sua denuncia politica con una formula ancora più severa: «Non parliamo più soltanto di uno scandalo: è un crimine di Stato e i responsabili ne risponderanno». Le conclusioni pubblicate non chiariscono tuttavia la sorte di tutti i dati raccolti né l’eventuale utilizzo successivo delle informazioni.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere