La foto che mancava: Affinati ritrova il padre e se stesso
Da un’immagine ricevuta per caso prende forma un racconto familiare che intreccia memoria, adolescenza, scuola e storia italiana.
Una fotografia arrivata da una donna mai incontrata prima diventa la chiave d’accesso al nuovo libro di Eraldo Affinati, “Nella palude del padre”, pubblicato da Feltrinelli. L’immagine ritrae il padre dello scrittore da bambino, accanto alla sorella e ai piedi di tre donne, tra cui la nonna Elisa Affinati.
Il volume, lungo 250 pagine, porta l’autore dentro una materia finora affrontata soprattutto attraverso le vite degli altri. La famiglia, però, non viene raccontata come un monumento privato: nel ricordo dei genitori e nella propria formazione Affinati cerca anche i segni di un’Italia attraversata da trasformazioni, fratture e nuove responsabilità.
La fotografia apre una ferita familiare
Il ritrovamento dello scatto non resta un semplice episodio biografico. Da quell’immagine prende avvio un percorso che ricostruisce la vicenda della madre, quella del padre e la storia stessa della fotografia, prima e dopo il momento fissato sulla carta. Sono tre linee narrative che procedono insieme e si sostengono a vicenda.
Affinati affronta il passato senza trasformarlo in celebrazione. Il libro non propone un elogio dei parenti, della scuola fondata dall’autore o delle sue scelte personali; piuttosto, osserva le radici individuali alla luce di una storia collettiva. La consapevolezza che ogni equilibrio possa spezzarsi attraversa il racconto e ne alimenta la tensione.
Dai ragazzi alla domanda sui genitori
Il legame tra la memoria dello scrittore e il suo lavoro educativo è uno dei punti centrali del volume. Affinati, insegnante e fondatore delle scuole Penny Wirton, dove l’italiano viene offerto gratuitamente alle persone migranti, riconosce nei giovani incontrati in classe una parte della propria esperienza. “Da supplente di lettere riscoprivo nei ragazzi che avevo di fronte il me stesso di allora”, ricorda.
La riflessione riguarda soprattutto chi cresce senza un riferimento familiare stabile. Nel libro l’autore si chiede: “A chi ti appoggi quando tutto frana se non a chi ti ha messo al mondo?”. L’abbandono, osserva, può trasformarsi per un adolescente in un sentimento di smarrimento profondo, capace di trascinarlo verso forme di dolore e passività.
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L’Italia entra nel racconto
Accanto alla dimensione privata si sviluppa il ritratto di un Paese osservato nei suoi luoghi concreti. Strade, paesaggi e infrastrutture diventano parte della narrazione, mentre la Toscana viene restituita attraverso immagini visionarie e una percezione quasi fisica dell’ambiente.
La letteratura è lo strumento con cui Affinati collega questi piani: la famiglia, gli studenti, il territorio e il tempo storico. In passato aveva scritto di figure come don Lorenzo Milani, delle città e della scuola; questa volta sceglie di esporsi direttamente, con una maturità narrativa che non coincide con l’autobiografia tradizionale.
Il finale aggiunge un altro padre
La struttura del libro si chiude in modo speculare rispetto all’inizio. Se la prima fotografia mostra il padre dell’autore quando era bambino, l’ultima ritrae Affinati in Gambia mentre tiene in braccio un bambino chiamato Alì Babucar Eraldo Affinati.
L’immagine conclusiva amplia il significato dell’intero percorso. Alla domanda sulle origini si affianca così quella della responsabilità verso chi arriva dopo, creando un passaggio tra la memoria familiare e il rapporto educativo che da anni definisce l’impegno dello scrittore. A Poggibonsi, prima dell’uscita del volume, aveva sintetizzato il coinvolgimento personale nel progetto con una frase netta: “Ci ho messo dentro tutto in questo libro”.
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