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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

John Bolton vede Mosca dietro le proteste in Europa

L’ex consigliere di Trump parla di Putin, Meloni, elezioni del 3 novembre e possibili indagini contro la Casa Bianca.

John Bolton ritiene possibile che la Russia finanzi gruppi radicali in Europa per alimentare l’instabilità, pur ammettendo di non avere prove. L’ex consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti ha parlato anche del rapporto tra Donald Trump e Vladimir Putin, delle elezioni del 3 novembre e delle tensioni con Giorgia Meloni.

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Le accuse sulle proteste europee

Secondo Bolton, Mosca ricorrerebbe alle cosiddette tattiche della «zona grigia»: interferenze elettorali, attacchi informatici, messaggi destinati ad accrescere il malcontento e campagne contro candidati specifici. L’obiettivo sarebbe indebolire la fiducia nelle istituzioni e nei processi democratici.

L’ex rappresentante permanente alle Nazioni Unite ha collegato queste pratiche a metodi già utilizzati dall’Unione Sovietica durante la Guerra fredda. A suo giudizio, il finanziamento di movimenti estremisti potrebbe servire alla destabilizzazione, anche senza una reale sintonia ideologica con quei gruppi. «Non ho prove, ma è uno schema già visto molte volte», ha precisato nell’intervista.


Putin e il rischio per l’Ucraina

Bolton considera rischioso un negoziato condotto da Trump senza il coinvolgimento di altri interlocutori. L’ex consigliere sostiene che il presidente statunitense conosca poco la Russia, l’Ucraina e gli equilibri internazionali, e che tenda a interpretare i rapporti tra Stati attraverso il legame personale tra i loro leader.

A suo avviso, Putin avrebbe ormai compreso come sfruttare questo approccio. «Putin considera Trump un bersaglio molto facile», ha detto Bolton, ipotizzando che il presidente russo possa attendere la conclusione delle elezioni per cercare un’intesa favorevole a Mosca e penalizzante per Kiev. In Congresso, ha aggiunto, ci sarebbe un’opposizione bipartisan, ma non abbastanza forte da bloccare Trump.


Il voto e la tensione con Meloni

Le elezioni di metà mandato del 3 novembre, secondo Bolton, saranno soprattutto un giudizio sull’attuale presidente e sulla sua politica economica. Inflazione, rincaro della vita quotidiana e preoccupazioni per l’occupazione potrebbero spingere molti indipendenti e una parte degli elettori repubblicani a votare contro il partito.

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L’ex consigliere ha spiegato che la guerra nel Golfo ha contribuito all’aumento del prezzo della benzina, ma che gli elettori non stanno giudicando direttamente il conflitto. «Non stanno votando contro la guerra, ma contro le sue conseguenze», ha affermato, indicando nell’aumento dei costi uno dei possibili elementi capaci di condizionare le decisioni di Trump dopo il voto.

Bolton ha poi ricondotto l’irritazione di Trump verso Giorgia Meloni alle critiche espresse dalla presidente del Consiglio sulle parole del presidente americano riguardo al Papa. La reazione, secondo l’ex consigliere, non sarebbe nata da una strategia geopolitica: Trump mal sopporterebbe semplicemente di essere contestato pubblicamente. Il rapporto, ha osservato, non sarebbe comunque compromesso in modo definitivo.


Le conseguenze per la Casa Bianca

I sondaggi citati da Bolton indicavano la possibilità che i democratici conquistassero la Camera e forse anche il Senato. Una simile esito, nella sua lettura, verrebbe attribuito da Trump alla debolezza dei candidati repubblicani e non a una bocciatura personale.

Con una o entrambe le Camere sotto controllo democratico, le commissioni parlamentari potrebbero avviare numerose indagini sull’amministrazione, esaminando le diverse competenze e anche le decisioni prese durante il primo mandato. Per Trump si aprirebbero così due anni politicamente difficili, mentre il margine di manovra del Congresso per frenare le sue scelte di politica estera resterebbe limitato.


La scelta sull’Iran

Bolton ha infine escluso che l’esito delle elezioni determini automaticamente una ripresa delle operazioni militari contro l’Iran. La decisione dipenderebbe soprattutto dall’umore del presidente dopo il voto: «Si sveglierà il 4 novembre e valuterà come si sente».

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