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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Israele al voto, la maggioranza è un rebus: i leader in campo

Dai due principali sfidanti alle figure più radicali, il voto del 27 ottobre potrebbe consegnare la Knesset a una nuova coalizione.

La scelta di Mansour Abbas di affiancare a Ra'am l'ex comandante di polizia Yoav Segalovitz fotografa il ruolo decisivo che i partiti arabi potrebbero avere dopo le elezioni israeliane. La strategia punta su temi concreti per le comunità arabe, ma anche sulla possibilità di diventare indispensabili nella formazione del prossimo governo.

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L'ago della bilancia può essere arabo

Abbas, 52 anni, è un dentista e deputato arabo-palestinese originario del nord di Israele. Dal 2019 siede nella Knesset e guida Ra'am, la prima formazione araba a essere entrata in una coalizione di governo, nel 2021.

Il suo partito ha scelto di concentrare la campagna su problemi locali, a partire dalla criminalità nelle città arabe, invece di porre al centro l'intero conflitto israelo-palestinese. L'obiettivo è aumentare la rappresentanza parlamentare e rendere Ra'am un interlocutore per eventuali accordi dopo il voto.


La destra detta ancora il passo

Itamar Ben-Gvir, 50 anni, è il ministro della Sicurezza nazionale e dirige Otzma Yehudit. La sua formazione ultranazionalista ha rafforzato il peso della destra nella coalizione guidata da Netanyahu, dopo un risultato elettorale che gli ha consentito di ottenere un incarico di governo.

Avvocato, Ben-Gvir si è fatto conoscere difendendo esponenti dell'estrema destra ebraica accusati di aggressioni contro palestinesi. Da adolescente rifiutò l'arruolamento per le sue posizioni politiche e fu vicino a Meir Kahane, rabbino razzista favorevole all'espulsione dei palestinesi. Oggi sostiene l'uscita dalla Striscia di Gaza di circa 2 milioni di palestinesi e la ricostruzione degli insediamenti ebraici. È inoltre al centro di un'indagine della Procura di Roma sui presunti abusi subiti da attivisti italiani della Sumud Flotilla fermati nel maggio 2026 in acque internazionali e trasferiti in Israele.

Anche Naftali Bennett rappresenta l'area conservatrice, ma con un rapporto tutt'altro che semplice con Netanyahu. A 54 anni guida Beyachad, lista costruita insieme al centrista Yair Lapid, e respinge l'ipotesi di uno Stato palestinese, sostenendo al contempo gli insediamenti nella Cisgiordania occupata. Nel 2021 fu primo ministro per un breve periodo grazie a un'intesa di rotazione con Lapid, dopo aver guidato una coalizione comprendente partiti di sinistra e arabi. Le divergenze con Netanyahu riguardano soprattutto la conduzione della sicurezza e il conflitto con il sistema giudiziario.

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Netanyahu contro Eisenkot

Benjamin Netanyahu resta il volto dominante del Likud e il primo ministro israeliano più longevo. A 77 anni rivendica i risultati ottenuti sul fronte della sicurezza e dell'economia, oltre al rapporto stretto con Donald Trump. I suoi avversari, invece, gli attribuiscono responsabilità per le lacune politiche e di sicurezza che precedettero gli attacchi del 7 ottobre 2023 e criticano la gestione dei conflitti con Iran, Libano e Yemen.

Nel 2024 la Corte penale internazionale ha emesso contro Netanyahu un mandato di arresto per presunti crimini di guerra e contro l'umanità. Il premier è anche imputato in un procedimento interno di lunga durata per frode, abuso d'ufficio e accettazione di tangenti, accuse che respinge.

Il principale sfidante è Gadi Eisenkot, 66 anni, ex capo di Stato Maggiore e leader del partito centrista Yashar. Figlio di immigrati ebrei marocchini e proveniente da una famiglia operaia, ha trascorso circa 40 anni nelle forze armate prima di entrare in politica nel 2022. Suo figlio Gal, 25 anni, è morto combattendo nella Striscia di Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre; nello stesso conflitto hanno perso la vita anche due nipoti di Eisenkot.

Eisenkot aveva partecipato come osservatore al gabinetto di guerra di Netanyahu, ma dopo otto mesi si è dimesso, accusando il primo ministro di non avere una linea strategica definita. Da allora propone un'alternativa moderata sul piano politico, pur mantenendo posizioni rigide sulla sicurezza. A lui viene inoltre collegata la cosiddetta Dottrina Dahiyeh, basata sull'uso di una forza militare sproporzionata nelle aree da cui partono gli attacchi. Una sua eventuale vittoria potrebbe portare per la prima volta alla guida del governo un premier israeliano di origine mizrahi.

Le elezioni parlamentari sono fissate per il 27 ottobre. Secondo i sondaggi, né Netanyahu né Eisenkot disporrebbero dei 61 seggi necessari per controllare la Knesset: il risultato potrebbe quindi aprire una lunga trattativa tra partiti e consegnare la maggioranza a una coalizione costruita dopo il voto.

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