845notizie oggi Scopri i vantaggi
Attualità 4 min di lettura6 ore fa

Israele al voto: cinque nomi e una coalizione tutta da costruire

Netanyahu ed Eisenkot guidano i blocchi principali, ma senza 61 seggi nessuno potrà governare da solo dopo il 27 ottobre.

Mansour Abbas potrebbe tornare a essere decisivo nella formazione del prossimo governo israeliano. Il leader di Ra'am ha scelto di puntare su temi concreti per le comunità arabe, come il contrasto alla criminalità, invece di concentrare la campagna soltanto sul conflitto israelo-palestinese. Nel 2021 il suo partito è diventato la prima formazione araba a entrare in una coalizione di governo.

Questa impostazione mira a rendere Ra'am un interlocutore possibile per diversi schieramenti. Abbas, deputato alla Knesset dal 2019, ha inserito nella lista elettorale anche Yoav Segalovitz, ex responsabile delle forze di polizia e centrista ebreo, come secondo candidato.

Offerta del giorno26 ottobre

Douglas

-20% su tanti prodotti da Douglas

Scade tra 2 giorni
*********


Abbas e Ben-Gvir, due sponde opposte

Sul fronte opposto si colloca Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e leader di Otzma Yehudit. Cinquant'anni, avvocato, è una delle figure più radicali della destra israeliana e ha alle spalle diverse condanne, compresa una per il sostegno a un'organizzazione terroristica.

Ben-Gvir è inoltre oggetto di un'indagine della Procura di Roma per i presunti abusi e i trattamenti degradanti denunciati dagli attivisti italiani della Sumud Flotilla. I militanti, diretti verso Gaza, erano stati fermati nel maggio 2026 in acque internazionali e trasferiti in Israele. Il ministro ha sostenuto l'idea di un trasferimento definito da lui “volontario” di circa 2 milioni di palestinesi dalla Striscia di Gaza e ha promosso il ritorno degli insediamenti ebraici nell'area.

La sua carriera politica è legata anche alla difesa di estremisti ebrei accusati di aggressioni contro palestinesi. Da ragazzo rifiutò il servizio militare per le proprie convinzioni e fu vicino a Meir Kahane, rabbino razzista che sosteneva l'allontanamento dei palestinesi da Israele, Gaza e Cisgiordania. Il successo elettorale di Otzma Yehudit gli ha permesso di entrare nell'esecutivo e ha accentuato la svolta a destra della maggioranza guidata da Netanyahu.


Bennett cerca spazio a destra

Un altro possibile protagonista è Naftali Bennett, 54 anni, ex primo ministro e capo di Beyachad, lista comune con il centrista Yair Lapid. Religiosamente osservante e contrario alla nascita di uno Stato palestinese, difende l'espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Prima dell'ingresso alla Knesset, avvenuto nel 2013, Bennett era stato capo di gabinetto di Netanyahu e aveva guidato il Consiglio di Yesha, organismo che riunisce le amministrazioni locali degli insediamenti. Nel 2021 arrivò alla guida del governo grazie a un'intesa per alternarsi al potere con Lapid, dopo che il suo partito Yamina aveva conquistato sette seggi.

La sua esperienza di governo si è basata su un'alleanza che comprendeva forze di sinistra e arabe. Pur condividendo con Netanyahu una posizione rigida sulla questione palestinese, Bennett contesta il modo in cui il premier ha affrontato la sicurezza e la sua offensiva contro il sistema giudiziario.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.


Eisenkot, l'alternativa centrista

Gadi Eisenkot, 66 anni, è il principale sfidante di Netanyahu alla guida del Paese. Nato in una famiglia operaia di ebrei marocchini, ha trascorso quattro decenni nelle forze armate israeliane, fino a diventare capo di Stato Maggiore. Dal 2022 è impegnato in politica e dirige Yashar, principale partito d'opposizione di orientamento centrista.

La sua vicenda personale è segnata dalla morte del figlio Gal, caduto a 25 anni durante i combattimenti nella Striscia di Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre, e dalla perdita di due nipoti nello stesso contesto. Eisenkot aveva partecipato come osservatore al gabinetto di guerra di Netanyahu, ma ha lasciato l'incarico dopo otto mesi, accusando il primo ministro di non disporre di una linea strategica definita.

Oggi propone un profilo moderato sul piano politico, pur mantenendo posizioni severe in materia militare. A lui viene attribuita la cosiddetta “Dottrina Dahiyeh”, cioè l'idea di rispondere con una forza sproporzionata nelle zone utilizzate dai militanti per lanciare attacchi. Una sua eventuale vittoria potrebbe portare per la prima volta alla premiership un israeliano di origine mizrahi, comunità provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente che hanno subito a lungo discriminazioni da parte dell'élite di origine europea.


Netanyahu e il nodo dei 61 seggi

Benjamin Netanyahu, 77 anni, resta il volto più noto e influente della politica israeliana. È il primo ministro rimasto più a lungo in carica e guida da anni il Likud, partito i cui sostenitori gli riconoscono risultati sul fronte economico e della sicurezza, oltre al rapporto privilegiato con Donald Trump.

I suoi avversari gli attribuiscono invece responsabilità per le lacune politiche e di sicurezza che hanno preceduto l'attacco del 7 ottobre 2023, considerato il più sanguinoso nella storia recente del Paese. Lo criticano anche per la conduzione dei successivi conflitti con Iran, Libano e Yemen.

Nel 2024 la Corte penale internazionale ha spiccato un mandato di cattura contro Netanyahu per accuse legate a crimini di guerra e contro l'umanità. L'organismo, che aveva ricevuto il Premio Sakharov poco prima del voto israeliano, non è l'unico fronte giudiziario aperto per il premier: Netanyahu è infatti imputato in un procedimento nazionale per frode, abuso della funzione pubblica e presunta ricezione di denaro illecito. Il primo ministro respinge tutte le contestazioni.

Le elezioni parlamentari sono fissate per il 27 ottobre. Netanyahu ed Eisenkot rappresentano i due principali contendenti, ma i sondaggi indicano che nessuno dei loro schieramenti dovrebbe raggiungere autonomamente la soglia di 61 seggi necessaria per controllare la Knesset. Dopo il voto, la partita decisiva potrebbe quindi giocarsi tra accordi, alleanze e partiti più piccoli.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere