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Attualità 3 min di lettura21 ott

Israele, 42 arresti scuotono il voto: la leva può decidere il governo

A pochi giorni dalle urne, il conflitto sul servizio militare degli ultraortodossi riapre la crisi della maggioranza e mette in bilico gli equilibri del prossimo esecutivo.

Quarantadue giovani ultraortodossi arrivati da New York sono stati fermati all’aeroporto Ben Gurion perché considerati renitenti alla leva. L’episodio, avvenuto a una settimana dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, ha riportato al centro della campagna elettorale una questione capace di condizionare la nascita del prossimo governo.

Il caso riguarda molto più dell’applicazione di un obbligo militare. Da una parte ci sono i partiti religiosi, indispensabili per la sopravvivenza politica di Benjamin Netanyahu; dall’altra un Paese segnato da tre anni di guerra e dal richiamo ripetuto di centinaia di migliaia di riservisti.

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Gli arresti riaccendono lo scontro

I giovani appartengono al movimento chassidico Chabad-Lubavitch e avevano trascorso dodici mesi di studio nella sede centrale dell’organizzazione. Ventisette hanno accettato subito di impegnarsi ad arruolarsi, ottenendo una condanna sospesa. Altri tredici, dopo un primo rifiuto e una condanna al carcere, hanno cambiato posizione in serata e sono stati liberati. Due persone, invece, già ricercate da oltre un anno e mezzo, sono state trasferite in un carcere militare.

L’esercito ha descritto l’intervento come una normale esecuzione delle disposizioni vigenti. Netanyahu, intervistato dall’emittente ultraortodossa Kol Barama, ha però parlato di «un tentativo deliberato di danneggiare il processo di arruolamento degli haredim senza coercizione». Il primo ministro sostiene che chi non dedica davvero il proprio tempo allo studio nelle yeshivot debba servire nell’esercito, ma insiste su un ingresso graduale e concordato con le comunità religiose.

Shas, il partito che raccoglie soprattutto gli ultraortodossi di origine sefardita e mediorientale, ha accusato la procuratrice generale Gali Baharav-Miara di interferire in modo “senza precedenti” nella campagna elettorale. Le accuse non sono state accompagnate da prove, ma mostrano quanto sia fragile il compromesso tra Netanyahu, gli alleati religiosi e le istituzioni incaricate di applicare la legge.


La leva divide Israele da decenni

Il sistema delle esenzioni risale ai primi anni dello Stato. Nel 1948 David Ben Gurion autorizzò la dispensa dal servizio per circa quattrocento studenti delle scuole religiose, con l’obiettivo di preservare una tradizione decimata dalla Shoah. Nel tempo, quella deroga limitata si è trasformata in un meccanismo molto più ampio: la comunità ultraortodossa oggi conta quasi un milione e mezzo di persone e nel 2023 gli studenti interessati erano circa 63 mila.

La guerra ha reso lo squilibrio sempre più visibile. Mentre molti riservisti hanno lasciato per mesi il lavoro e la famiglia, alcuni anche in più occasioni, decine di migliaia di giovani ultraortodossi hanno continuato a studiare senza indossare l’uniforme. Il tema è così diventato una delle fratture più profonde della società israeliana, in un Paese dove il servizio militare ha un ruolo centrale nella vita collettiva.

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Il 25 giugno 2024 la Corte suprema ha stabilito all’unanimità, con nove giudici, che in assenza di una legge specifica lo Stato dovesse arruolare anche gli studenti delle yeshivot. La stessa sentenza ha escluso la possibilità di continuare a finanziare gli istituti frequentati da chi non rispettava gli obblighi militari.


Numeri e crisi della maggioranza

Dopo quella decisione, l’esercito ha inviato tra 80 mila e 90 mila ordini di chiamata. Circa 64 mila giovani non si sono presentati. Gli arruolamenti sono comunque cresciuti del 53 per cento nell’ultimo anno militare, passando da 2.811 a 4.298, ma la distanza tra le convocazioni e gli ingressi effettivi resta molto ampia.

La questione ha inoltre indebolito la coalizione di Netanyahu. Nel luglio 2025 United Torah Judaism, il partito degli ultraortodossi ashkenaziti, ha lasciato il governo; Shas ha ritirato i propri ministri. Il primo ministro è rimasto alla guida di una maggioranza fragile, costretta a cercare di volta in volta i voti necessari in Parlamento.

I due partiti chiedono ancora una legge capace di proteggere lo studio religioso dalla coscrizione. Insieme, secondo i sondaggi, valgono circa 15 seggi: una cifra decisiva in una Knesset dove ne servono 61 per governare. Le rilevazioni collocano il blocco di Netanyahu sotto la soglia della maggioranza anche considerando il sostegno ultraortodosso.

Il nodo sarà quindi inevitabile per qualunque coalizione emerga dal voto. Netanyahu ha bisogno degli alleati religiosi per restare al potere, ma anche i suoi avversari dovranno decidere se coinvolgerli e a quali condizioni. La legge sulla leva, rimasta irrisolta per anni, potrebbe diventare il primo test politico del prossimo governo.

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