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Attualità 4 min di lettura30 min fa

Campo largo, il nodo che può far saltare tutto prima del voto

Il centrosinistra cresce nei sondaggi, ma Pd, M5S, AVS e forze centriste restano divisi su Ucraina, riarmo e alleanze internazionali.

La partita del centrosinistra non si giocherà soltanto sulle primarie, sul programma o sulla scelta del nome con cui presentarsi agli elettori. A circa un anno dalle prossime politiche, sempre che non si vada alle urne in anticipo, la coalizione appare competitiva come non accadeva da tempo: secondo le rilevazioni di metà ottobre 2026, progressisti e centrodestra sono divisi da pochi decimali. Ma proprio quando il margine elettorale sembra ridursi, emerge il problema destinato a pesare di più: quale ruolo dovrà avere l’Italia nel mondo e quali impegni internazionali sarà disposto a sostenere un eventuale governo comune?

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La distanza che pesa più delle altre

Su molti temi il possibile schieramento alternativo ha già costruito una base condivisa. Partito democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva, Più Europa e il nuovo soggetto di Ernesto Maria Ruffini si sono ritrovati sulla proposta di introdurre un salario minimo legale, sul rafforzamento della sanità pubblica e sulla riduzione delle liste d’attesa.

Le convergenze riguardano anche il contrasto all’autonomia differenziata e al premierato, oltre ai diritti civili, alla scuola pubblica, alla transizione ecologica e alla lotta alla precarietà. Dopo una fase di esitazioni, le stesse forze hanno assunto posizioni convergenti su Gaza, sia nelle istituzioni sia nelle mobilitazioni pubbliche. Su giustizia, infrastrutture, energia, sostegni al reddito e bonus edilizi restano invece differenze importanti, ma potenzialmente trattabili attraverso una mediazione di coalizione.

Il quadro cambia quando si arriva alla politica estera. Pd, Italia Viva, Più Europa e l’area riformista considerano il sostegno militare a Kiev un impegno difficilmente rinunciabile, mentre Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra chiedono di interrompere l’invio di armi e di affidarsi alla diplomazia. Le distanze si estendono al rafforzamento della difesa europea, al rapporto con la Nato e ai legami con l’amministrazione statunitense.


La politica estera decide la tenuta

Non si tratta di semplici accenti diversi all’interno della stessa linea. Nel Pd il confronto sulla guerra in Ucraina è acceso, ma una parte del partito considera incompatibile la posizione di Giuseppe Conte con una futura maggioranza di governo. Nel Movimento 5 Stelle, al contrario, la strategia del Pd viene giudicata troppo legata all’Alleanza atlantica. La frattura, quindi, attraversa entrambe le aree e non può essere nascosta dietro una formula generica.

Nella storia repubblicana la collocazione internazionale ha spesso rappresentato il presupposto per definire le alleanze interne. La scelta atlantica di Alcide De Gasperi, nel 1949, fissò per lungo tempo i confini delle maggioranze possibili. Negli anni Sessanta l’ingresso dei socialisti nell’area di governo divenne praticabile dopo il chiarimento di Pietro Nenni sull’adesione all’Alleanza atlantica. Nel 1976 Enrico Berlinguer dichiarò di sentirsi «più sicuro» sotto la protezione della Nato, consapevole che la credibilità governativa del Partito comunista dipendeva anche da quel passaggio.

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Gli episodi più recenti confermano quanto il tema possa diventare decisivo. Nel febbraio 2007 il secondo governo Prodi entrò in difficoltà dopo il voto del Senato sulla mozione di Massimo D’Alema relativa alla missione in Afghanistan e alla base di Vicenza: alcuni senatori della maggioranza votarono contro e il testo venne respinto. Nel 2022, invece, lo scontro sulla fornitura di armi all’Ucraina contribuì alla separazione di Luigi Di Maio dal Movimento 5 Stelle e alle tensioni che portarono alla fine del governo guidato da Mario Draghi.


Agli elettori serve una scelta netta

Per questa ragione il confronto non può essere rinviato alla stesura finale del programma. Se le posizioni rimanessero quelle attuali, un esecutivo guidato dalla coalizione potrebbe trovarsi in bilico già alla prima votazione sugli aiuti a Kiev o sulle spese militari, indipendentemente dal risultato delle primarie e dalla scelta tra Elly Schlein e Giuseppe Conte.

Una dichiarazione costruita per tenere insieme tutto, come il sostegno all’Ucraina accompagnato da un generico richiamo a un’iniziativa diplomatica europea, rischierebbe di lasciare aperte interpretazioni opposte. Un compromesso lessicale può funzionare durante la campagna elettorale, ma diventerebbe insufficiente quando Camera e Senato dovessero votare impegni concreti.

I cittadini hanno il diritto di conoscere prima del voto gli alleati internazionali dell’Italia, il perimetro della sua sicurezza e gli obblighi che il futuro governo intende rispettare. Il fatto che anche il centrodestra presenti contraddizioni sul piano estero non elimina il problema del fronte progressista: le difficoltà degli avversari non possono sostituire una propria linea.

La soluzione passa dunque da un confronto pubblico e immediato sull’Ucraina, sul riarmo europeo e sulla collocazione atlantica. Se l’intesa non fosse raggiungibile, i partiti dovrebbero scegliere tra una coalizione più ristretta ma coerente e un accordo dai confini dichiaratamente limitati. Nascondere la frattura, invece, significherebbe presentare agli elettori un cartello costruito per vincere il voto ma privo delle garanzie necessarie per governare.

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