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Attualità 3 min di lettura28 min fa

Televisori senza pubblicità e software clonati: la svolta dell’AI

Gli strumenti basati sull’intelligenza artificiale rendono accessibili decompilazione e ingegneria inversa, ma il codice prodotto senza competenze può nascondere falle e problemi legali.

Il nuovo potere dell’intelligenza artificiale non si misura soltanto nella capacità di scrivere testi o immagini: oggi può aiutare utenti inesperti a intervenire direttamente su televisori, programmi e dispositivi considerati ormai inutilizzabili. Il risultato va dalla rimozione delle pubblicità all’installazione di funzioni non previste, fino alla ricostruzione di applicazioni a pagamento e vecchi videogiochi.

La trasformazione, però, porta con sé un rischio rilevante. Il codice generato dall’AI può contenere errori e vulnerabilità difficili da riconoscere per chi non ha una preparazione tecnica, creando possibili punti d’accesso per aggressori informatici e conseguenze anche per persone estranee a queste iniziative.

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Il fai-da-te arriva sui televisori

Uno degli episodi più discussi riguarda Gathin, utente che il 17 ottobre 2026 ha raccontato su X di aver modificato il televisore dei genitori. Prima di poter aprire Netflix, lo schermo mostrava una pubblicità sponsorizzata; l’utente ha fornito a Claude Code il modello dell’apparecchio e ha lasciato che l’assistente individuasse il dispositivo nella rete senza fili di casa.

Secondo il suo racconto, l’AI ha rimosso 25 pacchetti Xiaomi e creato un nuovo programma di avvio. «Oggi pomeriggio ho sistemato per bene il televisore dei miei», ha scritto Gathin, aggiungendo che il risultato ricordava quasi un’Apple TV. Il messaggio ha superato sei milioni di visualizzazioni, contribuendo a rendere virale una pratica finora confinata soprattutto alle comunità di appassionati.


Decompilazione e ingegneria inversa

Alla base di questi interventi c’è la decompilazione, cioè il procedimento che analizza un programma dividendolo in componenti più semplici. Una volta compresa la struttura, quelle parti possono essere ricomposte o adattate per introdurre nuove funzioni e consentire l’esecuzione su apparecchi diversi da quelli originariamente previsti.

A questa tecnica si affiancano il cosiddetto “codice d’istinto”, con cui si chiede all’AI di costruire un programma senza conoscere la programmazione, e l’ingegneria inversa. Quest’ultima serve a ricostruire il funzionamento di un prodotto hardware o digitale anche senza averne a disposizione il codice sorgente: in questo modo si possono individuare i limiti di un dispositivo, aggirarli o assegnargli un compito completamente nuovo.


Da nicchia a fenomeno mondiale

Progetti di questo tipo esistevano già da molti anni. Le comunità di hacker li utilizzavano per recuperare apparecchi bloccati dai produttori, prolungare la vita di hardware abbandonato oppure contestare software ritenuti troppo costosi o pieni di vincoli. L’AI ha però abbassato drasticamente la soglia d’ingresso, trasformando attività riservate a pochi esperti in esperimenti alla portata di un pubblico molto più ampio.

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Un segnale della crescita è arrivato da “Reverse Engineer Anything”, una pagina web con codice pensato per guidare gli assistenti artificiali nell’analisi e nella modifica di programmi. Nell’ultima settimana indicata dal testo, il progetto è diventato il contenuto più visitato nella storia recente della piattaforma. La descrizione su GitHub invita a usare lo strumento per esaminare una funzione presente in un’app, comprenderne il funzionamento e realizzarne una versione integrabile in un altro prodotto.


Pirateria, libertà e nuove falle

Le reazioni alle creazioni condivise sui social sono state opposte. Alcuni utenti hanno parlato di pirateria, soprattutto davanti alla replica di strumenti proprietari come la suite di Adobe o alla riproposizione di videogiochi completi. Altri hanno visto in queste modifiche una forma di rivalsa contro prodotti rallentati, limitati o resi rapidamente obsoleti dalle aziende, oltre che contro funzioni percepite come invasive per la privacy.

Con gli stessi metodi sono state realizzate una raccolta alternativa di programmi grafici e di montaggio riconducibili ad Adobe e versioni accessibili dal browser di videogiochi vecchi e recenti. Il nodo principale, tuttavia, non riguarda soltanto i possibili danni economici ai produttori: sistemi creati senza controlli professionali possono propagare difetti, esporre dati e compromettere altri dispositivi collegati.


La sicurezza resta senza risposta

L’ampia diffusione del codice prodotto dall’AI rende difficile immaginare controlli semplici ed efficaci. Anche nelle aziende la scrittura dei programmi è sempre più affidata agli strumenti automatici, mentre individuare ogni risultato generato e verificarne l’affidabilità resta complesso.

Una disciplina normativa adeguata potrebbe richiedere anni. Nel frattempo, la responsabilità ricade soprattutto sugli utenti, chiamati a valutare con cautela ciò che installano e modificano: la possibilità di rendere più libero un dispositivo può infatti accompagnarsi a rischi informatici e a contestazioni sul diritto d’autore.

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