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Attualità 5 min di lettura1 ora fa

Irpef, l’inflazione alza il conto: la norma anti-drenaggio resta nel limbo

La progressività fiscale può aumentare anche senza una nuova legge: prezzi e redditi salgono insieme, ma scaglioni e detrazioni rimangono fermi.

L’articolo 53 della Costituzione lega il contributo alle spese pubbliche alla capacità contributiva e affida al sistema fiscale un criterio di progressività. Quando però l’inflazione gonfia soltanto redditi nominali e prezzi, l’Irpef può modificare di fatto quella progressività senza che il Parlamento approvi alcun intervento: è il drenaggio fiscale.


La progressività cambia senza voti

Il fenomeno aumenta l’aliquota media pagata dai contribuenti anche quando il loro potere d’acquisto non cresce. L’aumento dello stipendio serve infatti a compensare il caro-vita, ma viene trattato dal fisco come se rappresentasse una maggiore ricchezza reale.

Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, questo meccanismo finisce per ridurre la progressività dell’imposta e per misurare una capacità contributiva solo apparente. Il problema è particolarmente rilevante per lavoratori dipendenti e pensionati, mentre ne sono meno esposti coloro che versano un’imposta proporzionale, come alcuni contribuenti forfettari o chi utilizza la cedolare secca sugli affitti.


All’estero il rimedio è automatico

Altri Paesi hanno scelto di correggere periodicamente il sistema. Negli Stati Uniti gli scaglioni vengono aggiornati in base ai prezzi dal 1985; la Svizzera compensa ogni anno la cosiddetta progressione a freddo dal 2011, in virtù di un obbligo costituzionale. In Germania la revisione delle aliquote passa da una legge, predisposta sulla base di una relazione biennale del Governo.

Nel Regno Unito l’indicizzazione esiste dal 1977, anche se dal 2022 le soglie sono state congelate: la decisione deve comunque essere sottoposta al voto parlamentare. In Italia, invece, la correzione è rimasta affidata a una disciplina che formalmente non è stata cancellata, ma che da anni non viene applicata nella sua versione originaria.


Il conto nascosto dell’inflazione

Un esempio chiarisce l’effetto. Se una paghetta passa da 10 a 11 euro e il prezzo di un gelato cresce da 1 a 1,10 euro, il ragazzo non dispone di più beni, nonostante l’aumento nominale. Se la soglia oltre la quale deve accantonare metà dell’incremento resta ferma a 8 euro, però, la somma destinata al salvadanaio sale da 1 a 1,50 euro. Con una soglia aggiornata a 8,80 euro, il risparmio sarebbe rimasto invariato a 1 euro.

Nel paragone, il salvadanaio rappresenta l’Erario, la soglia corrisponde allo scaglione e l’aumento della paghetta richiama la crescita dei salari stabilita dai contratti collettivi. Nella realtà non è necessario entrare in uno scaglione più elevato: è sufficiente che l’aliquota applicata all’incremento superi quella media sostenuta sul reddito complessivo.

Fra 32.000 e 40.000 euro, un lavoratore dipendente può lasciare al fisco 54 centesimi per ogni euro aggiuntivo: al 33% dell’aliquota si somma la riduzione delle detrazioni. Se il reddito non aumenta, l’imposta resta invariata ma il potere d’acquisto diminuisce; se invece lo stipendio recupera l’inflazione, una parte di quel recupero viene assorbita dal prelievo.


Una norma rimasta sulla carta

L’espressione «fiscal drag» si affermò negli anni Sessanta grazie a Walter Heller, che guidava i consiglieri economici di J. F. Kennedy. In quella fase il gettito cresceva soprattutto per effetto dell’espansione economica e sottraeva risorse alla domanda se non veniva restituito ai contribuenti. In Italia Amilcare Puviani aveva già descritto nel 1903 un meccanismo affine con l’idea di «illusione finanziaria»: il contribuente percepisce l’aumento lordo, ma non l’incremento dell’aliquota media.

Una risposta normativa arrivò con l’articolo 3 del decreto-legge n. 69 del 1989. Se la media dell’inflazione nei dodici mesi conclusi ad agosto avesse superato il 2%, entro il 30 settembre un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri avrebbe dovuto aggiornare scaglioni, detrazioni e limiti reddituali, così da annullare interamente il maggior prelievo generato dall’aumento dei prezzi.

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Il meccanismo fu utilizzato nel 1989, nel 1990 e nel 1991. In seguito, però, venne progressivamente ridimensionato: nel 1992 una misura d’emergenza limitò l’intervento alle detrazioni, lasciando fuori gli scaglioni; dal 1995 la restituzione fu ridotta e dal 1996 sostituita gradualmente con assegni familiari e agevolazioni mirate. La legge finanziaria del 2001 considerò poi come compensazione del drenaggio anche le modifiche all’Irpef appena introdotte.

Nel 2002 il ministro dell’Economia sostenne in Parlamento che quelle modifiche avessero «sostituito, assorbito» il vecchio sistema. La disposizione, tuttavia, continuava a essere richiamata come vigente e non è mai stata formalmente abrogata, neppure con il nuovo testo unico delle imposte sui redditi.


Pensioni e salari restano esposti

Tra il 2022 e il 2025 il drenaggio fiscale e la riduzione del valore reale dei sussidi hanno sottratto alle famiglie quasi 20 miliardi di euro, secondo uno studio della Banca d’Italia. Gli interventi pubblici hanno distribuito nello stesso periodo circa 31 miliardi, con un saldo vicino a quello che sarebbe derivato da una piena indicizzazione, ma con effetti diversi tra i beneficiari.

Le famiglie sostenute principalmente da una pensione, in media, hanno perso potere d’acquisto. Le agevolazioni rivolte ai redditi bassi e medi sono state finanziate anche attraverso il maggior gettito prodotto dal drenaggio; senza questa entrata, ha rilevato l’Upb, alcune misure avrebbero potuto risultare difficili da sostenere.

Nel 2022 e nel 2023 l’inflazione media aveva raggiunto rispettivamente il 5,5% e l’8,4%, superando ampiamente la soglia prevista dalla norma. Non fu però emanato alcun decreto. Nel dicembre 2022 la Camera respinse, contro il parere dell’Esecutivo, un ordine del giorno che chiedeva di applicare quella disciplina; nell’ottobre 2023 il Governo rispose a un’interrogazione sostenendo che «con il calare dei tassi d’inflazione tali meccanismi non si sono rivelati più praticabili».

Per l’anno in corso, invece, il limite non è stato raggiunto per appena un decimale: l’inflazione media si è fermata all’1,9%. Nel frattempo il dibattito politico continua a proporre una nuova indicizzazione dell’Irpef, senza considerare che una norma con quella finalità risulta ancora formalmente in vigore.

La legge di bilancio per il 2026 ha scelto una strada diversa: sugli aumenti contrattuali dell’anno applica un’imposta sostitutiva del 5%, con l’obiettivo dichiarato di accompagnare l’adeguamento delle retribuzioni al costo della vita. La misura riguarda però soltanto i dipendenti privati con redditi fino a 33.000 euro.

Restano esclusi pensionati e lavoratori del settore pubblico, nel quale sei dipendenti su dieci sono donne. Per l’Upb, l’intervento presenta un’incoerenza: gli incrementi salariali vengono ormai tassati più pesantemente del reddito già percepito, proprio mentre dovrebbero compensare l’aumento dei prezzi.

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