Iran, un post può costare la vita: il grido di Moshir Pour
La condanna di Najmeh Amini riporta al centro la repressione digitale, mentre l’attivista chiede all’Europa misure concrete e protezione per gli studenti iraniani.
In Italia vivono 11 mila studenti iraniani che potrebbero essere costretti a rientrare in un Paese dove anche un contenuto pubblicato in rete può trasformarsi in un’accusa capitale. Pegah Moshir Pour chiede per loro un’estensione dei visti e invita le istituzioni a non lasciare che la solidarietà si esaurisca nelle dichiarazioni.
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La paura colpisce intere famiglie
La repressione iraniana, spiega l’attivista e scrittrice, non si limita alla persona fermata. I familiari ricevono telefonate minacciose, vengono spinti al silenzio e possono assistere a confessioni estorte e trasmesse in televisione. A questo si aggiungono procedimenti rapidi e difese affidate a legali non scelti liberamente.
L’obiettivo è spezzare i rapporti e fare della famiglia uno strumento di controllo sui giovani. Moshir Pour sostiene però che il timore non abbia prodotto la resa del movimento “Donna, Vita, Libertà”: «La paura c’è ed è reale, ma non ha prodotto obbedienza».
Il caso Amini scuote il web
La vicenda di Najmeh Amini, 23 anni, mostra il prezzo che il potere di Teheran può imporre a un gesto compiuto online. La giovane è stata condannata a morte con l’accusa di blasfemia per un contenuto pubblicato sui social, in una decisione che secondo Moshir Pour vuole intimidire non soltanto lei, ma un’intera generazione.
Dal carcere Najmeh ha chiesto che la propria storia venga ascoltata senza essere ridotta a un’immagine simbolica. L’attivista invita a ricordare il suo nome, la sua età e la paura della sua famiglia, evitando una mobilitazione destinata a spegnersi dopo pochi giorni.
Ogni schermo può diventare una trappola
Per molti giovani iraniani, la rete è stata per anni l’unico spazio pubblico accessibile. Attraverso i social una ragazza può esprimersi, raccontare un abuso, ballare, cantare o mostrare una vita diversa da quella imposta dal controllo statale. La rapidità con cui un contenuto può raggiungere milioni di persone permette inoltre di far conoscere ciò che la propaganda cerca di nascondere.
Il potere ha quindi esteso la sorveglianza alle piattaforme digitali. La connessione può essere rallentata o interrotta, i profili vengono monitorati e i post finiscono nei fascicoli giudiziari. Un messaggio può essere presentato come propaganda ostile, un commento come offesa al profeta e una pubblicazione su Instagram può condurre in carcere o alla pena capitale.
«La sproporzione non è un errore del sistema ma è proprio il messaggio», ha affermato Moshir Pour. A suo giudizio, punire in modo esemplare una sola persona serve a far comprendere agli altri che ogni telefono può diventare una fonte di pericolo. Per questo l’accesso alla rete, la tutela dalla sorveglianza e la sicurezza degli attivisti devono essere considerati diritti umani, con una responsabilità anche per le grandi aziende tecnologiche occidentali.
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Europa chiamata a intervenire
Secondo l’attivista, Roma e l’Unione europea dispongono di strumenti che dovrebbero essere usati con continuità. Tra le richieste ci sono sanzioni mirate contro giudici, procuratori e funzionari coinvolti nei procedimenti, la convocazione degli ambasciatori dopo ogni esecuzione e l’ammissione di osservatori internazionali ai processi, insieme alla possibilità di accesso consolare e legale.
Moshir Pour propone inoltre che i parlamentari adottino politicamente i singoli prigionieri, seguendone pubblicamente il caso fino alla conclusione. Il confronto diplomatico con l’Iran, sostiene, non può essere separato dalla difesa dei diritti umani: ogni intesa politica o commerciale dovrebbe essere legata a risultati concreti e a vite salvate.
Il 5 ottobre, a Isfahan, sono stati messi a morte due giovani di 21 e 25 anni. Per evitare che casi simili scompaiano dopo poche ore, i mezzi di informazione dovrebbero seguire i procedimenti nel tempo, mentre comuni, regioni e università potrebbero mantenere viva la memoria dei detenuti con cittadinanze onorarie, incontri e iniziative pubbliche.
Il dissenso cambia forma
Le piazze oggi sono meno affollate, ma il movimento non sarebbe scomparso. Dai contatti con la diaspora e con le persone ancora in Iran emergono proteste nelle università, donne che escono senza velo, dimissioni collettive di insegnanti, infermieri e medici, oltre a reti che aiutano le famiglie dei detenuti.
“Donna, Vita, Libertà” viene descritto da Moshir Pour come un cambiamento culturale e generazionale, non soltanto come una mobilitazione di piazza. Le carceri possono riempirsi, ma il potere non può cancellare ciò che è cambiato nella società. Anche la condanna di Najmeh, secondo l’attivista, rischia di confermare ai giovani l’assenza di alternative offerte dal regime oltre alla paura.
La diaspora iraniana in Italia dovrebbe essere coinvolta stabilmente, perché può fornire testimonianze e informazioni verificate. Moshir Pour chiede anche di usare i social per diffondere appelli e petizioni indirizzati a responsabili identificabili: la pressione, sostiene, è più efficace quando ha un destinatario preciso.
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