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Attualità 2 min di lettura5 ore fa

Iran, pena capitale per un post: l’appello di Najmeh Amini

La studentessa iraniana è stata condannata a morte e a oltre 12 anni di carcere; dal carcere chiede all’Onu e agli attivisti di far luce sul suo caso.

Najmeh Amini, studentessa iraniana di 23 anni, rischia l’esecuzione dopo una condanna per presunto insulto al profeta legata a un contenuto pubblicato in rete. La giovane, detenuta a Mashhad, ha affidato a una registrazione audio un appello alla comunità internazionale: chiede che il suo caso venga esaminato e che la sua voce non venga ignorata.

La vicenda si inserisce in una fase di forte ricorso alla pena capitale in Iran. Secondo Iran Human Rights (Ihrngo), dall’inizio dell’anno le esecuzioni già effettuate sarebbero più di 600, mentre le organizzazioni per i diritti umani segnalano l’uso crescente delle condanne a morte contro il dissenso.

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L’appello lanciato dal carcere

Una registrazione diffusa il mese scorso e attribuita ad Amini contiene la richiesta di un intervento rivolto all’Onu, agli avvocati e agli organismi che si occupano di diritti umani. «Non voglio passare per un’eroina. Voglio solo una cosa: siate la mia voce», afferma la giovane nel messaggio.

L’arresto sarebbe avvenuto dopo un controllo delle sue attività in rete da parte della polizia informatica iraniana, conosciuta come Fata. Il materiale preciso che avrebbe provocato l’incriminazione non è stato reso noto, mentre una testimonianza raccolta da Human Rights Activists in Iran attribuisce alla ragazza l’accusa di “sab ol-nabi”, cioè insulto al profeta.


Due processi e una condanna capitale

Amini è stata giudicata in procedimenti separati. In uno dei due, celebrato davanti a un tribunale rivoluzionario, è stata inflitta la pena di morte; nell’altro, davanti alla giustizia penale ordinaria, ha ricevuto una condanna a 12 anni, sei mesi e un giorno di carcere.

Tra le contestazioni figurano accuse relative alla sicurezza nazionale e alla diffusione di messaggi considerati propagandistici contro le autorità. La studentessa si trova nel carcere di Vakilabad, a Mashhad, nel nord-est del Paese.

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La stretta dopo le proteste

Le forze di sicurezza hanno arrestato Amini nel corso delle manifestazioni nazionali di gennaio, represse con un’operazione che avrebbe provocato migliaia di vittime. Hrana, agenzia collegata a Human Rights Activists in Iran, ha riferito inoltre di più di 50.000 arresti.

Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Ihrngo, ha messo in guardia dal rischio che il caso contribuisca a rendere abituale la pena capitale anche per forme pacifiche di espressione. «Condannare a morte una giovane donna per ciò che ha pubblicato sui social media rischia di normalizzare l’uso della pena capitale contro forme di espressione pacifica e di estendere ulteriormente i confini di tale pena», ha dichiarato.


Un’accusa ancora poco frequente

Il numero complessivo delle esecuzioni in Iran è aumentato rapidamente negli ultimi anni, fino a raggiungere il dato più elevato da circa trent’anni. Le condanne capitali per blasfemia, tuttavia, restano meno comuni rispetto ad altri procedimenti.

L’ultimo episodio registrato risale all’8 maggio 2023. Quel giorno Yousef Mehrad e Sadrollah Fazeli-Zare furono giustiziati dopo essere stati condannati per reati connessi alla blasfemia e ai contenuti diffusi attraverso le reti sociali.

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