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Attualità 3 min di lettura2 ore fa

Iran, la carta della MOAB: il piano Usa prima del ritiro

Washington studia l’impiego della più potente bomba convenzionale americana contro infrastrutture energetiche e siti nucleari iraniani, ma i risultati militari restano incerti.

La GBU-43/B potrebbe diventare il simbolo di una nuova offensiva americana contro l’Iran, ma non necessariamente l’arma capace di distruggere gli obiettivi più protetti. L’ordigno, noto come MOAB e soprannominato «la madre di tutte le bombe», avrebbe soprattutto un valore dimostrativo e psicologico: un’esplosione spettacolare per consentire a Donald Trump di rivendicare una svolta prima di un eventuale disimpegno militare.

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Una bomba potente, ma poco penetrante

I piani elaborati dalle forze armate statunitensi includerebbero la MOAB tra le opzioni per colpire impianti energetici e strutture legate al programma nucleare iraniano. Tra gli obiettivi indicati c’è Pickaxe Mountain, sito che gli Stati Uniti e Israele ritengono collegato alla conservazione di componenti nucleari e che, secondo le informazioni disponibili, sarebbe protetto in profondità da strati di granito.

La bomba pesa 21.600 libbre, quasi dieci tonnellate, e può devastare una superficie pari a circa nove isolati cittadini grazie alla sua esplosione aerea guidata dal sistema GPS. La sua capacità distruttiva, tuttavia, sarebbe concentrata soprattutto in superficie. Una fonte informata sulle discussioni militari l’ha definita «un’arma da guerra di tipo massivo, adatta a operazioni di informazione su vasta scala, ottima per la bonifica di aree estese, ma poco altro», sottolineando che «non è certamente progettata come una testata in grado di penetrare in profondità».


L’effetto psicologico può contare di più

Proprio i suoi limiti tecnici potrebbero spingere Trump a considerare l’ordigno non tanto come lo strumento per eliminare gli impianti sotterranei, quanto come un messaggio rivolto a Teheran e all’opinione pubblica americana. Secondo i funzionari statunitensi, un attacco simile difficilmente obbligherebbe l’Iran a capitolare o garantirebbe una vittoria decisiva, ma potrebbe modificare l’equilibrio politico senza richiedere subito una nuova campagna militare su larga scala.

La Casa Bianca deve infatti fare i conti con un conflitto diventato impopolare negli Stati Uniti, mentre le tensioni continuano a incidere sul prezzo del petrolio e sull’inflazione anche oltre l’Atlantico. Trump avrebbe espresso il timore che un semplice rientro delle truppe venisse interpretato come una sconfitta. Per questo, l’amministrazione starebbe cercando un’azione capace di produrre almeno una vittoria simbolica e di lasciare aperta la strada a un’intesa diplomatica.


Il piano tra attacchi e ritirata

Una delle ipotesi sul tavolo prevede di colpire «molte infrastrutture energetiche» e di valutare l’impiego della MOAB prima del ripiegamento delle forze americane nell’area controllata dal Centcom. La sequenza consentirebbe a Trump di annunciare il raggiungimento di un risultato e, subito dopo, accelerare il ritiro dei militari presenti nella regione.

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Nelle prossime settimane è previsto un avvicendamento del personale schierato nell’area. Non è però scontato che tutti i militari in uscita vengano sostituiti, un elemento che alimenta l’ipotesi di un’operazione limitata nel tempo e pensata anche per accompagnare una riduzione della presenza americana.


Civili e guerra terrestre restano i nodi

L’ampio raggio dell’esplosione solleva il problema delle possibili vittime civili, soprattutto se le infrastrutture fossero collocate vicino a centri abitati o ad altri siti non militari. Inoltre, la distruzione in superficie potrebbe non compromettere le strutture sotterranee più difese, lasciando irrisolto proprio l’obiettivo strategico attribuito all’operazione.

Il Pentagono avrebbe comunque preso in esame anche scenari molto più radicali, compresa un’invasione con truppe di terra. Un intervento del genere potrebbe costare la vita a migliaia di soldati americani e, al momento, non avrebbe sostenitori dichiarati all’interno dell’amministrazione. Un funzionario della Casa Bianca, senza confermare l’esistenza dei piani, ha dichiarato: «Il presidente Trump tiene aperte tutte le opzioni per garantire che l’Iran non possa mai dotarsi di un’arma nucleare».

L’obiettivo dei vertici politici e militari sarebbe dunque trovare una via d’uscita che offra al presidente un risultato comunicabile senza chiudere la porta a un accordo, compresa una possibile riapertura dello Stretto di Hormuz. La MOAB rappresenterebbe, in questo quadro, più uno «spettacolo pirotecnico» destinato a cambiare la percezione del conflitto che una soluzione certa ai problemi militari ancora sul terreno.

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