Iran, il fronte elettorale si scalda: Trump e Netanyahu alzano il tiro
A Washington e Gerusalemme il dossier iraniano torna al centro della campagna, mentre circolano ipotesi su nuovi raid e Teheran prepara una possibile risposta regionale.
Il dossier iraniano torna a occupare il centro della scena politica mentre Donald Trump e Benjamin Netanyahu affrontano due appuntamenti elettorali decisivi. Il presidente americano, intervenuto a un comizio in Iowa a pochi giorni dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, ha rilanciato l’ipotesi di un’azione contro Teheran, nonostante i sondaggi mostrino un sostegno sempre più incerto degli statunitensi alla guerra.
Netanyahu, atteso alle urne il 27 ottobre, ha ripreso la stessa linea e ha presentato Trump come un alleato intenzionato a completare l’operazione contro gli ayatollah. Sullo sfondo si fanno strada nuovi piani militari, con il rischio di una rappresaglia iraniana capace di coinvolgere anche infrastrutture civili e reti strategiche.
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Trump promette una svolta su Teheran
Dal palco di Des Moines, Trump ha sostenuto di aver già contribuito a chiudere otto conflitti e di essere impegnato su altri due. Poi ha indicato l’Iran come un obiettivo destinato a essere affrontato in tempi brevi: «Finiremo l’Iran molto presto. In un modo o nell’altro. Per me è quasi insignificante come».
Il riferimento arriva mentre l’opinione pubblica americana appare meno convinta della prosecuzione del conflitto. La scelta di riportare Teheran al centro del discorso elettorale consente comunque alla Casa Bianca di mantenere alta la pressione sul regime iraniano in una fase delicata della campagna per il Congresso.
Netanyahu ha quindi attribuito a Trump una posizione favorevole alla prosecuzione dell’offensiva e ha detto che il presidente statunitense lo considera il dirigente più adatto a portare avanti la guerra. Secondo il premier israeliano, l’alleato americano avrebbe manifestato la volontà di «portare a termine il lavoro» insieme a lui.
Israele minaccia una risposta senza precedenti
A poche ore dal voto israeliano, Netanyahu ha avvertito che qualsiasi nuovo attacco iraniano provocherebbe una reazione di intensità eccezionale. Il premier ha parlato di una risposta condotta con «una forza e una potenza che non riescono nemmeno a immaginare», riproponendo il linguaggio utilizzato da entrambi i leader dall’inizio della guerra, il 28 febbraio.
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Le dichiarazioni arrivano mentre Washington e Tel Aviv starebbero preparando nuove opzioni militari da attuare dopo le elezioni di metà mandato americane. La pianificazione non sarebbe ancora conclusa, ma tra i possibili obiettivi figurerebbero infrastrutture energetiche, siti nucleari e strutture legate alla produzione o all’impiego di droni.
Teheran prepara una risposta più ampia
L’ipotesi di nuovi bombardamenti ha fatto crescere il timore di un allargamento del conflitto. Funzionari iraniani avrebbero segnalato che, in caso di attacco, la reazione potrebbe superare il perimetro già colpito in precedenza, comprendendo non soltanto navi mercantili e impianti energetici dell’area.
Tra gli obiettivi indicati da Teheran ci sarebbero anche i centri per l’elaborazione dei dati e i cavi sottomarini che sostengono le connessioni Internet. Il messaggio rivolto a Stati Uniti e Israele è che una nuova campagna aerea potrebbe provocare attacchi contro basi e navi americane, ma anche contro aeroporti, oleodotti e altre strutture civili nei Paesi affacciati sul Golfo Persico.
Gli avvertimenti, diffusi sia pubblicamente sia attraverso contatti diplomatici riservati, puntano a dissuadere Washington e Gerusalemme. Tuttavia, la minaccia viene considerata concreta perché l’Iran dispone di un ampio arsenale di missili e droni, oltre della capacità operativa per utilizzarlo contro obiettivi distribuiti nella regione.
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