Gas russo e pace in Ucraina: il piano di Trump può fallire
Kyjiv potrebbe accettare il ritorno dei flussi energetici, ma la strategia del Cremlino e le nuove regole europee rendono l’intesa molto più complessa.
L’Ucraina difficilmente sarebbe il principale ostacolo a un’intesa energetica con Mosca. In presenza di un autentico cessate il fuoco, Kyjiv potrebbe autorizzare nuovamente il passaggio del gas russo sul proprio territorio, come già accaduto durante anni di guerra. Il nodo più delicato riguarda invece la volontà del Cremlino di collegare davvero la cooperazione economica a una rinuncia alle proprie ambizioni militari e territoriali.
La stessa disponibilità ucraina si è manifestata anche in passato: i flussi verso l’Unione europea e la Moldavia sono proseguiti dopo il 2014 e ancora nei primi anni dell’invasione su vasta scala. Per questo, l’energia potrebbe accompagnare un accordo, ma non necessariamente produrre la pace che gli emissari statunitensi intendono favorire.
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Mosca non cerca solo ricavi
La proposta attribuita a Steve Witkoff e Jared Kushner punta a riaprire il transito attraverso la rete ucraina e, secondo quanto riferito, a valutare anche l’uso della conduttura ancora integra di Nord Stream 2. La Casa Bianca ha smentito quest’ultima ipotesi. Nei colloqui di Miami di inizio ottobre sarebbe inoltre comparsa l’idea di affidare a Washington il controllo di una parte dei fondi della Banca centrale russa attualmente congelati, una soluzione non accolta dai governi europei.
Per la Russia, la ripresa delle vendite di gas garantirebbe nuove entrate in una fase di crescente pressione sui conti pubblici. Nel 2025 gli introiti legati a petrolio e gas sono calati del 23,8 per cento, fermandosi a 8,48 trilioni di rubli; il loro peso sul bilancio federale è sceso sotto il 23 per cento, mentre il disavanzo ha raggiunto 5,6 trilioni. Nei primi nove mesi del 2026, il gettito energetico ha perso un altro 17,2 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Il precedente dei gasdotti pesa
Il comportamento di Vladimir Putin suggerisce però che il vantaggio finanziario non sia il criterio decisivo. La leadership russa ha accettato di perdere una parte rilevante del mercato europeo pur di usare l’energia come strumento di pressione politica. Mosca, infatti, aveva interrotto le forniture attraverso Nord Stream già alla fine di agosto 2022, settimane prima delle esplosioni del 26 settembre che danneggiarono tre delle quattro condutture.
Dopo gli attentati, attribuiti dai pubblici ministeri tedeschi a una squadra ucraina, una linea rimase utilizzabile. Putin propose di impiegarla per rilanciare le esportazioni, ma Berlino respinse l’offerta. Il presunto responsabile dell’operazione è comparso davanti a un tribunale di Amburgo il 14 ottobre 2026. Il precedente mostra che il Cremlino preferì sacrificare il suo cliente più redditizio invece di modificare i propri obiettivi in Ucraina.
Europa e Ucraina davanti al bivio
Il 26 gennaio 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha approvato le norme per ridurre gradualmente a zero le importazioni di gas russo. Il blocco completo del gas naturale liquefatto proveniente dalla Russia è previsto dall’inizio del 2027, mentre per il combustibile trasportato via tubo la scadenza è fissata all’autunno dello stesso anno. Un ritorno dei flussi richiederebbe quindi una revisione profonda delle regole europee.
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Anche per Kyjiv l’incentivo economico avrebbe un peso limitato rispetto alle necessità della guerra e della ricostruzione. Nel periodo 2019–2024 Naftogaz ha incassato più di un miliardo di dollari grazie alla clausola che impone il pagamento della capacità prenotata anche quando non viene utilizzata. Si tratta di una cifra rilevante, ma ridotta se confrontata con i costi della ricostruzione e con l’assistenza occidentale indispensabile per sostenere il bilancio ucraino.
Il transito era terminato il 1° gennaio 2025, dopo che nel solo 2024 erano passati dai gasdotti ucraini circa 15–16 miliardi di metri cubi. La chiusura non dipese soltanto dalle operazioni militari: pesarono la scadenza dell’accordo quinquennale, le dispute sugli obblighi di Gazprom, la richiesta ucraina di verificare l’origine non russa del gas e la strategia europea di progressivo distacco dalle forniture di Mosca. Nel frattempo, una parte delle esportazioni poteva essere dirottata verso TurkStream, attraverso Mar Nero e Turchia.
La tregua resta il vero nodo
Dall’inizio del 2025 Volodymyr Zelensky ha sostenuto più volte l’ipotesi di una sospensione generale dei combattimenti, oltre a pause limitate per proteggere le infrastrutture energetiche e ridurre le ostilità nel Mar Nero. A Gedda, l’11 marzo 2025, l’Ucraina aveva accettato una proposta americana per una tregua immediata di trenta giorni, mentre la Russia non aveva dato il proprio consenso.
Nel giugno 2026 Zelensky ha indicato nel congelamento dell’attuale linea del fronte nelle regioni orientali e meridionali «il modo più rapido» per chiudere il conflitto. Negli ultimi due anni Kyjiv ha inoltre attenuato le condizioni iniziali richieste per una pausa, fino a mostrarsi disposta a considerare la linea esistente come separazione provvisoria tra le parti.
Il progetto americano presuppone dunque che il ritorno degli scambi possa trasformare gli interessi economici in una spinta alla pace. Ma l’ideologia del regime russo comprende nazionalismo panrusso, risentimento verso l’Occidente, miti storici e aspirazioni territoriali. Per questo, Putin potrebbe vedere il gas non come il prezzo di una soluzione, bensì come una ricompensa aggiuntiva dopo una subordinazione dell’Ucraina, parziale o completa.
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