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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Intelligenza artificiale, la fiducia passa dai legami umani

Han e Hau indicano nel rispetto e nelle relazioni la base per governare lo sviluppo tecnologico

La qualità dei rapporti umani sarà decisiva per orientare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Prima ancora di chiedere alle macchine quali compiti possano svolgere, occorre interrogare le comunità sulla loro capacità di creare fiducia, ascolto e collaborazione. Da queste scelte dipenderanno il tempo riservato alle relazioni, i comportamenti incoraggiati e le risorse destinate alla vita collettiva.

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Il tempo da dedicare agli altri

Il rispetto descritto da Byung-Chul Han e l’investimento nei rapporti proposto da Isabelle C. Hau convergono su una responsabilità comune: creare ambienti in cui le persone possano crescere insieme e affrontare l’incertezza prodotta dall’evoluzione tecnologica.

Han osserva che «La società bene-ordinata non è affatto una “società della prestazione” ma una “società del rispetto”». La frase mette in discussione un sistema nel quale il riconoscimento sembra dipendere spesso dal ruolo ricoperto, dai risultati raggiunti o dall’utilità immediata. Restano così ai margini le persone che hanno bisogno di più tempo, attraversano una difficoltà o offrono un contributo non misurabile nell’immediato.


Fiducia e capacità di decidere

Nel libro “La società senza rispetto. Come abbiamo perso tatto, riguardo e cortesia”, Han richiama l’importanza dell’attenzione reciproca. Hau, invece, ha proposto sulla Stanford Social Innovation Review l’ingresso nell’era dell’intelligenza relazionale, sostenendo che la crescita umana dipenda anche dalla capacità di creare fiducia, gestire i contrasti, sanare le divisioni e costruire significati condivisi.

La direttrice esecutiva dello Stanford Accelerator for Learning, centro interdisciplinare di Stanford University, indica come investimento di medio e lungo periodo scuole, luoghi di lavoro e comunità capaci di sostenere i rapporti tra le persone. Per descrivere queste condizioni utilizza l’espressione «infrastrutture relazionali».

L’accostamento tra i due autori mette in luce una contraddizione: si pretende affidabilità mentre aumenta la competizione, si invoca l’ascolto premiando la rapidità e si parla di cooperazione valutando soprattutto il rendimento individuale. Avere molti contatti, infatti, non significa necessariamente disporre di relazioni solide.


La relazione forma le persone

Attraverso gli altri impariamo a esprimere pensieri, interpretare intenzioni differenti, perseguire obiettivi comuni e rispettare gli impegni assunti. I rapporti contribuiscono quindi alla costruzione delle capacità con cui comprendiamo la realtà e proviamo a modificarla.

Anche la gentilezza può essere riletta alla luce di questo processo. Non è soltanto una qualità personale, ma un esercizio concreto di riconoscimento: ascoltare senza interrompere, lasciare spazio a chi parla, manifestare il dissenso senza mortificare e intercettare una difficoltà prima che si trasformi in esclusione. Sono gesti che permettono alle differenze di emergere e rendono affrontabile il conflitto.

La solidità dei rapporti influenza inoltre le decisioni. L’ascolto fa arrivare elementi che altrimenti resterebbero fuori, il rispetto rende possibile un confronto autentico e la fiducia permette di dichiarare dubbi o errori prima che producano conseguenze più pesanti.

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L’intelligenza artificiale e il quoziente relazionale

La diffusione dell’intelligenza artificiale rende questa esigenza più evidente. Le macchine possono analizzare grandi quantità di dati e imitare in modo credibile alcune forme di empatia, ma secondo Hau proprio questo rende più visibile il valore delle competenze tipicamente umane.

«Oggi, mentre le macchine ci superano nell’analisi e simulano in modo convincente l’empatia, la capacità tipicamente umana che conta più di ogni altra emerge con maggiore chiarezza. Il quoziente relazionale (RQ) si sta delineando come la prossima grande frontiera dello sviluppo umano», scrive Hau.

La domanda riguarda dunque la capacità di coltivare le competenze necessarie a indirizzare la tecnologia verso il benessere delle persone. Per farlo, le istituzioni dovrebbero chiedersi quanto spazio offrano davvero alla costruzione della fiducia e del rispetto.


Scuole, imprese e comunità

Le priorità effettive si leggono nel tempo assegnato all’ascolto e nei mezzi impiegati per favorire l’incontro, più che nei documenti dedicati ai valori. Nella scuola questo significa difendere i momenti di conversazione, gioco comune e continuità educativa.

Per le imprese vuol dire riconoscere anche chi trasmette competenze, aiuta i colleghi a lavorare meglio o contribuisce a sciogliere i contrasti. Nelle comunità servono invece occasioni regolari di confronto tra generazioni, esperienze e condizioni di vita differenti.

Perché questi processi producano effetti, serve anche una prospettiva abbastanza ampia. Se ogni iniziativa deve offrire risultati immediati, si rischia di interrompere proprio i percorsi che hanno bisogno di tempo per consolidarsi e generano vantaggi più profondi.


Oltre la pressione dell’immediato

Richard Fisher, nel libro “The Long View” del 2023, invita ad allargare l’orizzonte delle decisioni oltre l’urgenza quotidiana. Educazione, fiducia e legami di comunità non si costruiscono entro i tempi di un mandato politico o di un bilancio trimestrale.

Superare quella che Fisher definisce «tirannia del presente» significa considerare anche gli effetti delle scelte su chi vivrà dopo di noi. La crescita tecnologica potrà essere orientata in modo diverso soltanto se, insieme agli strumenti, verranno protette le condizioni umane necessarie per usarli con responsabilità.

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