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Attualità 4 min di lettura2 ott

Inflazione e riarmo, il doppio conto che l’Europa presenta ai cittadini

Mario Pianta critica la risposta europea a rincari, debito e stagnazione: secondo l’economista, la corsa alle armi rischia di sottrarre risorse a salari e servizi pubblici.

Il nuovo aumento dei prezzi rischia di colpire soprattutto chi ha redditi più bassi, mentre le politiche europee sembrano riproporre strumenti già rivelatisi inefficaci. Per Mario Pianta, ordinario di politica economica alla Scuola Normale Superiore di Firenze, il problema non riguarda soltanto l’inflazione: riguarda anche il modo in cui vengono distribuiti i costi della crisi e la scelta di destinare risorse crescenti alla spesa militare.

Pianta ha curato nel 2023 *L’inflazione in Italia* (Carocci), dedicato all’impennata dei prezzi seguita all’invasione russa dell’Ucraina e alle sue conseguenze su salari, redditi e disuguaglianze. Il 6 ottobre è prevista l’uscita di *Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo* (Fondazione Feltrinelli), un volume che esamina il rapporto tra armamenti, crisi climatica, disuguaglianze e declino industriale.


Il nuovo rincaro pesa sui più fragili

Secondo l’economista, l’attuale fiammata si inserisce in una tendenza più lunga e coinvolge soprattutto tre ambiti: energia, abitazioni e alimentari. I prezzi delle case sono aumentati del 4% rispetto all’anno precedente, mentre quelli dei prodotti alimentari sono saliti del 5%. L’energia è invece tornata sotto pressione a causa della guerra tra Iran e Stati Uniti.

L’impatto non è uguale per tutti. Le famiglie più povere destinano una quota maggiore del proprio bilancio proprio a queste voci e, nel biennio 2022-2023, con un’inflazione media dell’8,5%, hanno subito un aumento dei costi vicino al 12%. Oggi, osserva Pianta, un dato medio del 4% può trasformarsi per loro in una perdita di potere d’acquisto compresa tra il 7% e l’8%.

Il fenomeno si innesta su un arretramento già avvenuto nella distribuzione del reddito. Nell’arco di trent’anni, la quota destinata ai salari si sarebbe ridotta di 15 punti percentuali, mentre profitti e rendite hanno conquistato uno spazio più ampio. A beneficiare dei rincari sono soprattutto le imprese capaci di incidere sui prezzi in mercati dove la domanda non può ridursi facilmente, come quello dell’energia.


Prezzi e tassi, le ricette contestate

Pianta considera insufficiente la strada seguita dal governo con il taglio delle accise e gli appelli alle aziende per ottenere riduzioni temporanee dei carburanti. La sua proposta è un ritorno al controllo pubblico dei prezzi massimi di benzina, diesel, elettricità e gas, accompagnato, se necessario, da compensazioni alle imprese per gli aumenti dei costi di acquisto. A suo giudizio, Francia e Spagna hanno adottato una strategia simile nel 2022 e nel 2023.

Bonus e sussidi generalizzati, sostiene, intervengono soltanto dopo che il rincaro si è già prodotto. Tra le altre misure indicate figurano il salario minimo, un reddito di base e l’obbligo di legare gli aiuti alle imprese al rinnovo dei contratti di lavoro. In questo modo, i salari potrebbero recuperare in maniera più stabile il potere d’acquisto perso.

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Anche l’aumento dei tassi deciso dalla Banca centrale europea viene giudicato poco adatto a una crisi provocata dall’offerta. Se non c’è un eccesso di domanda, spiega Pianta, rendere più costoso il denaro non aumenta la disponibilità di petrolio e gas, ma tende a frenare consumi e investimenti. Per l’Italia, con l’effetto propulsivo del Piano nazionale di ripresa e resilienza ormai in esaurimento, il rischio sarebbe un ulteriore rallentamento; nell’insieme dell’Unione, la debolezza dei consumi e dell’export potrebbe trasformarsi in stagnazione prolungata.


Debito e riarmo cambiano priorità

La perseveranza su questa linea, secondo Pianta, dipende anche dalla gestione del debito. Gli Stati Uniti avrebbero interesse a mantenere elevati i tassi per continuare ad attirare capitali verso i propri titoli di Stato, mentre l’Europa non dispone di una politica comune abbastanza solida per affrontare il debito pubblico. Le regole dell’Unione monetaria e l’idea che il debito rappresenti innanzitutto un pericolo alimentano, nella sua lettura, decisioni che possono aggravare la crisi.

«Gli errori di politica economica di fronte all’inflazione, al debito e alla recessione continuano a ripetersi», afferma Pianta, attribuendo questa continuità all’incapacità di modificare radicalmente l’impostazione delle politiche europee e nazionali. Il riferimento è alle crisi del debito affrontate da Grecia e Italia tra il 2010 e il 2011, che a suo avviso rischiano di riproporsi sotto nuove forme.

L’eccezione è rappresentata dalla spesa militare. Negli ultimi dodici anni, gli stanziamenti dei Paesi europei appartenenti alla Nato sono quasi raddoppiati in termini reali, con una crescita iniziata prima dell’invasione russa dell’Ucraina. La Commissione europea ha previsto per il programma Safe il ricorso agli eurobond, ha escluso alcuni aumenti militari dal calcolo del rapporto tra disavanzo e prodotto interno lordo e, nella proposta di bilancio pluriennale 2028-2034, punta a portare la spesa militare a 130 miliardi, sei volte il livello indicato in precedenza. Il piano Rearm Europe contempla inoltre 800 miliardi aggiuntivi per gli armamenti nell’arco di quattro anni.


Armi e lavoro, il confronto con il welfare

La corsa al riarmo viene presentata anche come un possibile motore industriale e occupazionale. L’analisi curata da Pianta mette però a confronto questi effetti con quelli degli investimenti civili: la spesa militare produrrebbe un’occupazione pari a circa la metà di quella generata da interventi pubblici rivolti a scuola, sanità e ambiente.

A questo si aggiunge la dipendenza dagli acquisti esteri. Circa l’80% delle armi comprate dall’Europa arriva dagli Stati Uniti, una circostanza che limita la capacità della spesa militare di rafforzare il tessuto produttivo europeo. «È un cattivo affare e un cattivo modello di sviluppo economico», sintetizza Pianta, secondo cui il confronto tra più armamenti e maggiore spesa sociale è destinato a diventare una scelta politica centrale nel prossimo scontro elettorale.

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