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Immigrazione, il paradosso italiano: servono lavoratori ma gli ingressi restano fermi

Gli stranieri generano 195,98 miliardi di valore e sostengono settori essenziali, mentre burocrazia e mancato riconoscimento delle competenze frenano il sistema.

Nel 2024 l’Italia ha rilasciato circa 40mila permessi di soggiorno per motivi di lavoro, una cifra molto inferiore alle quote fissate dai decreti flussi. Il dato, riportato nel Rapporto annuale Istat 2026, evidenzia la distanza tra il fabbisogno delle imprese e la capacità del Paese di gestire gli ingressi regolari.

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Il lavoro straniero resta indispensabile

La difficoltà non riguarda soltanto le procedure amministrative. Nel primo semestre 2026 le aziende hanno programmato 2,87 milioni di assunzioni, ma per il 44,8% dei posti è stata segnalata una concreta difficoltà di reperimento, secondo i dati richiamati da Cnel e Unioncamere.

Una parte del problema dipende dall’inattività, particolarmente elevata tra le donne, e dalla distanza tra i profili richiesti e quelli disponibili. Il sistema, dunque, non deve fare i conti esclusivamente con la mancanza di persone da assumere, ma anche con un incontro ancora inefficiente tra domanda e offerta.


Competenze spesso lasciate ai margini

Il Rapporto 2026 sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa, presentato al Cnel, descrive un mercato del lavoro nel quale gli stranieri sono concentrati soprattutto nelle mansioni meno qualificate e nei comparti che richiedono molta manodopera. Il 29,9% degli occupati nati all’estero svolge lavori non qualificati, contro l’8% degli italiani.

Una ricerca dell’Inapp pubblicata a luglio sottolinea che a determinare l’inserimento professionale non è soltanto il titolo di studio: contano anche le conoscenze linguistiche e le capacità effettivamente possedute. L’italiano incide poco per alcune attività manuali, ma diventa decisivo per accedere agli impieghi d’ufficio. Il limite pesa in modo ancora più marcato sulle lavoratrici straniere.


796mila imprenditori nati all’estero

Nel 2025 gli imprenditori nati fuori dall’Italia sono arrivati a 796mila, con un incremento del 21,3% nell’arco di dieci anni. Nello stesso periodo, il numero degli imprenditori nati in Italia è invece calato del 5,2%.

Milano concentra quasi 97mila imprenditori stranieri, il 37,5% in più rispetto a dieci anni prima. Cinesi e romeni rappresentano insieme il 20% del totale nazionale: le rispettive comunità imprenditoriali contano quasi 80mila e 79mila persone. I dati Unioncamere-InfoCamere indicano inoltre 677mila imprese a prevalente proprietà o guida straniera a giugno 2026, con oltre 16mila unità aggiuntive nei primi sei mesi dell’anno.

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Quasi 196 miliardi per l’economia

Il contributo degli stranieri non si limita alle attività autonome. Nel 2025 i 2,6 milioni di occupati stranieri, pari al 10,7% dei lavoratori, hanno generato un valore aggiunto stimato in 195,98 miliardi di euro: il 9,7% della ricchezza prodotta complessivamente in Italia.

L’incidenza risulta particolarmente alta in alcuni comparti: raggiunge il 21,3% in agricoltura, il 18,4% nelle costruzioni e il 14,4% negli alberghi e ristoranti. A livello territoriale, il contributo arriva al 13% del valore aggiunto in Emilia-Romagna e al 12% in Lombardia.


Anche i conti pubblici sono in attivo

Il rapporto calcola per il 2024 45 miliardi di euro tra entrate fiscali e contributive riconducibili alla popolazione straniera, a fronte di 44 miliardi di uscite per sanità, istruzione, previdenza, welfare, sicurezza e accoglienza. Il saldo stimato è quindi positivo per un miliardo.

Nello stesso anno, 5,2 milioni di contribuenti nati all’estero hanno dichiarato redditi complessivi pari a 87,9 miliardi di euro e versato 12,6 miliardi di Irpef. Il quadro demografico ed economico lascia inoltre prevedere una necessità crescente: tra il 2025 e il 2029, secondo le stime Unioncamere-Excelsior citate nello studio, serviranno 3,7 milioni di lavoratori, soprattutto per sostituire chi uscirà dal mercato del lavoro con il pensionamento.

Il risultato è una contraddizione ormai evidente: l’economia italiana utilizza in misura significativa il lavoro e l’iniziativa degli immigrati, ma continua a incontrare ostacoli nell’ammissione regolare e nel riconoscimento delle loro capacità. La Fondazione Leone Moressa riassume questa prospettiva sostenendo che un’Italia priva di immigrati sarebbe più anziana e più povera.

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