Il tecnico che zittì l’Ajax: 7 trofei e due Coppe dei Campioni
Scelto quasi per convenienza e accolto con diffidenza, Ștefan Kovács trasformò l’Ajax in una squadra libera, spettacolare e vincente.
Due Coppe dei Campioni consecutive, sette trofei in appena ventiquattro mesi e un gruppo di fuoriclasse convinto a seguirlo senza imposizioni da caserma. È questo il bilancio della parentesi di Ștefan Kovács all’Ajax, iniziata tra dubbi e scetticismo e conclusa con la consacrazione di una squadra destinata a entrare nella storia.
Nato a Timișoara da padre ungherese e madre rumena, Kovács aveva giocato a centrocampo prima di dedicarsi alla panchina. La sua carriera si sarebbe sviluppata soprattutto grazie a una qualità precisa: la capacità di non prendersi troppo sul serio, nemmeno quando tutti intorno a lui sembravano pronti a giudicarlo.
Da scelta economica a guida dell’Ajax
Dopo l’addio di Rinus Michels, passato al Barcellona, la dirigenza dell’Ajax valutò quindici candidati per la successione. Tra questi c’era Kovács, reduce dall’esperienza alla Steaua Bucarest, con cui aveva conquistato tre Coppe di Romania e un campionato nazionale. La scelta cadde su di lui anche perché rappresentava l’opzione meno costosa.
L’ambiente, però, non accolse il nuovo allenatore con entusiasmo. Né i giocatori né l’opinione pubblica sembravano considerarlo all’altezza dell’eredità lasciata da Michels. Kovács non si lasciò condizionare e, quando alcuni campioni della squadra gli provocarono lasciandosi crescere i capelli, rispose con ironia: «Mi hanno chiamato per fare l’allenatore, non il parrucchiere».
Il momento decisivo arrivò quando i calciatori gli indirizzarono un pallone teso a mezza altezza. Il tecnico lo controllò di tacco, senza mostrare particolare apprensione. Quel gesto contribuì a cambiare il rapporto con lo spogliatoio: davanti a campioni come Cruijff, Krol, Neeskens e Rep non si impose come un comandante inflessibile, ma come una figura capace di concedere fiducia.
Libertà, trofei e un’ombra politica
Rispetto al rigore della gestione Michels, il nuovo Ajax lasciò più spazio all’iniziativa individuale. Kovács ridusse i rituali disciplinari, accettò una maggiore autonomia dei giocatori e visse Amsterdam spostandosi in bicicletta, non avendo la patente. La squadra conservò intensità e organizzazione, ma acquistò una libertà che ne rese il gioco ancora più imprevedibile.
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I risultati furono straordinari. Nel 1972 e nel 1973 arrivarono due Coppe dei Campioni, accompagnate da due campionati olandesi, una Coppa d’Olanda, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale. L’Inter di Invernizzi fu battuta a Rotterdam con due reti di Cruijff; un anno più tardi toccò alla Juventus di Vycpálek arrendersi a Belgrado.
Kovács difese anche le abitudini dei suoi fuoriclasse, spesso accusati di concedersi troppo alla notte, al fumo e all’alcol. La sua posizione era riassunta da una battuta diventata celebre: «Se un mio calciatore beve un bicchiere di vino o fuma una sigaretta e poi in campo corre per novanta minuti segnando due gol, il mio unico problema non è la sua condotta: è assicurarmi che quel vino sia di buona qualità».
Dietro quell’atteggiamento leggero, tuttavia, si nascondeva una vicenda molto più delicata. Dopo la sua morte emerse che il nome dell’allenatore compariva nei documenti della Securitate, la polizia segreta della Romania comunista. Per lavorare all’estero e viaggiare nell’Europa occidentale dovette convivere con il controllo del regime di Ceaușescu, mantenendo un equilibrio difficile tra la propria libertà e le pressioni politiche.
Dalla Francia all’ultimo saluto
Lasciata Amsterdam, Kovács guidò la Francia come commissario tecnico e contribuì alla crescita del movimento dal quale sarebbe emersa la generazione di Michel Platini, protagonista del trionfo all’Europeo del 1984. In seguito allenò il Panathinaikos e il Monaco, prima di allontanarsi gradualmente dal calcio di vertice.
La sua idea del gioco restò legata al ruolo degli interpreti, più che a quello dell’allenatore: «Io do solo il tempo, ma sono loro che cantano sul palco». Kovács morì a Cluj-Napoca nel maggio 1995, dodici giorni prima che l’Ajax conquistasse a Vienna la sua quarta e ultima Coppa dei Campioni. L’allenatore che era stato scelto tra molte perplessità lasciava così un’eredità costruita sulla fiducia, sull’ironia e sulla libertà concessa ai campioni.
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