Il Paese che esclude: così nasce la generazione dei «maranza»
La violenza non può essere giustificata, ma va letta anche come il segnale di una cittadinanza negata e di un legame sociale ormai spezzato.
Quando lo Stato non offre un posto riconoscibile nella comunità, il disagio rischia di trasformarsi in estraneità. Non riguarda soltanto i giovani indicati con l’etichetta dispregiativa di «maranza»: anche molti figli di italiani vivono una forma di appartenenza incompleta, come se il Paese non fosse più un progetto comune da condividere e difendere.
Questa frattura produce una vera crisi della presenza. A chi cresce in Italia, ma non si sente pienamente riconosciuto, manca un riferimento collettivo capace di dare senso ai diritti, ai doveri e alle regole. Il risultato è una generazione che può percepirsi esclusa indipendentemente dalle proprie origini familiari.
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La cittadinanza resta il nodo centrale
Il patto sociale non nasce dalla sola repressione dei comportamenti violenti. Richiede invece che le persone siano incluse, ascoltate e considerate parte di una storia comune. Uno Stato che lascia fuori chi è nato e cresciuto sul suo territorio, oppure lo riduce a una categoria insultante, alimenta quello «spaesamento» che coincide con la difficoltà di riconoscere un Paese come proprio.
Émile Durkheim attribuiva alle istituzioni una funzione diversa dalla semplice registrazione degli umori collettivi: «Il compito dello Stato non è quello di riassumere, di esprimere il pensiero irriflesso delle masse, bensì quello di sovrapporre a questo pensiero irriflesso un pensiero più mediato che non può non essere sostanzialmente diverso». In questa prospettiva, governare significa costruire inclusione e non limitarsi a reagire con il controllo.
Ascoltare oltre la richiesta di ordine
Non sappiamo davvero che cosa muova migliaia di ragazzi scesi nelle strade. Per comprenderlo servirebbero analisi sociali e quantitative più solide, non spiegazioni pronunciate dall’alto e fondate su un’unica causa. Il compito è complesso, perché motivazioni personali, condizioni economiche, riconoscimento sociale e rapporto con le istituzioni si intrecciano.
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Ascoltare, però, non significa attendere soltanto parole ordinate e rispettose. Vuol dire anche interpretare la rabbia, la violenza e il disagio come domande rivolte alla società. A quelle domande non si può rispondere soltanto invocando sanzioni: occorre misurarsi con la richiesta di cittadinanza e di inclusione, per italiani e stranieri.
L’anomia non ha un solo volto
Il concetto di anomia descrive una situazione nella quale le regole appaiono assenti o prive di autorità. Può emergere quando il sistema sociale alimenta desideri e aspettative senza mettere a disposizione strumenti realistici per realizzarli. Le vetrine mostrano possibilità seducenti, mentre una parte dei giovani percepisce di non poterle raggiungere.
Questa chiave di lettura non basta da sola e non assolve nessuno. Le devastazioni possono contenere anche una componente nichilista, distruttiva e priva di un obiettivo politico; le proteste possono diventare una sorta di sfogo collettivo, una parentesi tollerata dal sistema per scaricare frustrazione e noia. Ma la violenza non cancella la responsabilità dello Stato nel comprendere il terreno sociale su cui quella violenza prende forma.
La parola «maranza», oggi usata per descrivere molti dei giovani presenti nelle piazze, ripropone a distanza di anni un insulto rivolto in Francia a gruppi delle periferie. Applicarla indistintamente finisce per trasformare una condizione complessa in un’etichetta. E se la sensazione di esclusione attraversa anche i figli di famiglie italiane da generazioni, allora il problema non riguarda una minoranza identificabile: coinvolge una generazione che si sente privata di un autentico patto di cittadinanza.
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