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Il mondo senza regole e la sfida dell’Europa: la tesi di Dassù

Nel libro scritto con Edoardo Campanella, Marta Dassù descrive una competizione globale dominata dalla tecnologia e invita l’Unione europea a trasformare il proprio peso in forza strategica.

La forza, da sola, non garantisce più alle grandi potenze il risultato che cercano. Stati Uniti, Cina e Russia dispongono di risorse enormemente superiori rispetto a molti altri attori, ma devono fare i conti con dipendenze economiche, ostacoli e capacità di blocco che possono ridimensionare anche gli strumenti più potenti.

Giampiero Massolo ha collegato questa dinamica alla distinzione tra disordine e “non ordine”. Nel primo caso, ha spiegato, le regole restano riconoscibili anche quando vengono infrante; nel secondo, invece, è la validità stessa delle regole a essere contestata.


La forza non basta più

In questo scenario, l’interesse nazionale tende a essere perseguito attraverso l’uso della pressione o attraverso la semplice minaccia di esercitarla. Il paradosso è che l’ostentazione della potenza non produce automaticamente controllo: anche gli Stati più forti possono incontrare resistenze capaci di rallentare o rendere più onerose le loro strategie.

La separazione tra un centro dominante e una periferia subordinata diventa quindi meno netta. Le potenze di dimensioni intermedie scelgono spesso di collaborare con interlocutori diversi, valutando caso per caso interessi e dossier, mentre le alleanze permanenti lasciano spazio a intese temporanee e a schieramenti variabili.


Un equilibrio globale sempre più fragile

Secondo Marta Dassù, la competizione internazionale non sta conducendo alla semplice sostituzione di un impero con un altro. Stati Uniti e Cina stanno impiegando strumenti economici e tecnologici come leve di confronto, mentre il potere si distribuisce tra governi, Paesi di peso intermedio e grandi imprese private.

La studiosa sviluppa questa analisi nel volume L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire, scritto insieme a Edoardo Campanella e presentato al Centro Studi Americani di Roma. Il libro parte da tendenze già emerse con la crisi finanziaria del 2008 e considera ormai superata l’idea di una globalizzazione uniforme, basata su mercati privi di frontiere politiche rilevanti.


Europa, il peso da trasformare

L’Unione europea occupa una posizione particolare in questa trasformazione. Non è un impero e ha costruito la propria influenza soprattutto sulla capacità di fissare norme, ma la sola produzione legislativa non sembra più sufficiente per competere in un sistema internazionale più conflittuale.

Per Dassù, le regole europee dovrebbero essere più efficaci e accompagnate da strumenti strategici capaci di valorizzare le risorse già disponibili. L’obiettivo, nelle sue parole, è fare in modo che l’Europa non sia soltanto presente nelle decisioni altrui, ma possa partecipare direttamente alla loro elaborazione: “non solo sul menù ma anche al tavolo”.

Lorenzo Bini Smaghi ha individuato un possibile margine di manovra nelle dimensioni del mercato e nella consistenza del risparmio europeo. Queste risorse sono importanti sia per Washington sia per Pechino, ma devono essere convertite in capacità industriale e finanziaria autonoma.

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L’ex Bce ha indicato la necessità di creare grandi operatori continentali, sostenuti anche da capitali privati, nei comparti decisivi per la competitività. Il riferimento è Airbus: secondo Bini Smaghi, servirebbero numerose realtà analoghe nella tecnologia, nella farmaceutica e nella finanza. La costruzione europea, ha sintetizzato, “si fa anche dal basso, non solo dall’alto”.


La competizione diventa anche economica

La rivalità tra Washington e Pechino presenta costi crescenti per entrambi i contendenti. Gli Stati Uniti hanno sostenuto a lungo consumi e importazioni grazie al finanziamento proveniente dall’esterno; il confronto con la Cina ha però accresciuto il fabbisogno finanziario americano.

Pechino affronta una difficoltà diversa: per conservare un ruolo centrale nelle catene produttive mondiali deve mantenere elevati i livelli di produzione e di esportazione, contenendo al tempo stesso la quota destinata ai consumi interni. Bini Smaghi ha riassunto la situazione osservando che “le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla” e che la loro sfida assomiglia a una “gara a debito”.


Il progetto europeo resta aperto

Michele Valensise, presidente dello Iai, ha distinto il modello europeo dalle tre forme di potere rappresentate nel libro da Stati Uniti, Cina e Russia. A suo avviso, l’Europa non dovrebbe essere descritta soltanto attraverso le proprie carenze, perché conserva la possibilità di reagire rafforzando l’integrazione.

“L’Europa esiste eccome”, ha affermato Valensise durante il confronto organizzato a Roma. Il rischio, nella sua lettura, è che i Paesi membri si rifugino esclusivamente nelle politiche nazionali invece di utilizzare il progetto comune come strumento per aumentare il proprio peso internazionale.

Il dibattito, moderato dalla giornalista di La7 Alessandra Sardoni, ha ruotato attorno alla fine della pax americana e all’indebolimento di due convinzioni diffuse in Occidente: la funzione degli Stati Uniti come garante finale della stabilità mondiale e l’idea che l’interdipendenza economica potesse ridurre le tensioni tra gli Stati.

All’incontro hanno partecipato anche Giampiero Massolo, Lorenzo Bini Smaghi e Carolina De Stefano. La discussione ha ripreso i temi del volume di Dassù e Campanella, presentato in una sala affollata del Centro Studi Americani alla presenza di numerosi ambasciatori italiani, in servizio e in pensione.

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