Il mondo entra nell’era della prepotenza: la sfida decisiva per l’Europa
Marta Dassù ed Edoardo Campanella descrivono un sistema globale senza regole condivise, dominato dalla competizione tecnologica e da potenze sempre più interdipendenti.
L’Europa non è scomparsa dalla scena internazionale, ma deve smettere di considerare le proprie fragilità come una condanna permanente. Al Centro Studi Americani di Roma, Michele Valensise ha indicato nell’integrazione e nella capacità di superare la dimensione nazionale le condizioni necessarie per reagire ai cambiamenti dell’ordine mondiale. «L’Europa esiste eccome», ha osservato durante il confronto dedicato al nuovo libro di Marta Dassù ed Edoardo Campanella.
La questione non riguarda soltanto il ruolo dell’Unione europea. In gioco c’è la trasformazione dell’intero sistema internazionale: gli Stati Uniti e la Cina usano sempre più spesso gli strumenti economici per difendere i propri interessi, mentre il controllo della tecnologia è diventato il principale terreno di competizione. Il risultato, secondo gli autori, non sarà necessariamente un nuovo equilibrio tra imperi, ma una fase prolungata di frammentazione.
L’Europa deve trasformare il peso in forza
L’Unione europea occupa una posizione particolare nella nuova geografia del potere. Non è un impero e ha costruito la propria identità esterna sulla definizione di norme, ma la sola capacità regolatoria non è più sufficiente. Per contare, dovrà affiancare alle regole strumenti strategici capaci di valorizzare il mercato, il risparmio e le competenze di cui dispone.
Lorenzo Bini Smaghi, già membro della Banca centrale europea, ha collegato questa esigenza alla necessità di creare grandi soggetti economici continentali. A suo giudizio servono numerose realtà paragonabili ad Airbus nei comparti tecnologico, farmaceutico, finanziario e negli altri settori decisivi. L’integrazione, ha sostenuto, deve nascere anche dagli investimenti privati e non soltanto dalle istituzioni.
La forza non garantisce la vittoria
Giampiero Massolo ha posto l’accento sulla differenza tra un sistema semplicemente disordinato e uno nel quale viene messa in dubbio l’esistenza stessa di regole condivise. Nel primo caso le norme continuano a essere riconosciute, anche quando vengono infrante; nel secondo viene meno il riferimento comune che dovrebbe orientare i rapporti tra gli Stati.
La ricerca dell’interesse nazionale passa così dalla pressione economica, dalla minaccia e dall’esibizione della potenza. Tuttavia, disporre di risorse superiori non assicura il raggiungimento degli obiettivi: Stati Uniti, Cina e Russia devono fare i conti con dipendenze reciproche, ostacoli posti da attori più piccoli e possibilità di blocco che riducono l’efficacia della forza tradizionale.
Washington e Pechino sfidano i propri limiti
La competizione tra le due maggiori potenze presenta anche un problema finanziario. Gli Stati Uniti hanno sostenuto per decenni un’economia capace di importare più di quanto esportasse, ricorrendo in misura crescente ai capitali esterni; la rivalità con la Cina ha però fatto aumentare il fabbisogno necessario a mantenere la propria posizione.
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Pechino si trova davanti a una difficoltà diversa: per restare centrale nelle catene produttive internazionali deve proteggere esportazioni e capacità industriale, contenendo al tempo stesso la quota destinata ai consumi interni. Bini Smaghi ha descritto questa situazione come una competizione fondata sul debito, con problemi di sostenibilità per entrambi i contendenti.
Un mondo senza poli stabili
Marta Dassù ha spiegato che le tendenze già emerse dopo la crisi finanziaria del 2008 si sono consolidate. La globalizzazione basata su mercati considerati omogenei ha lasciato spazio a un confronto nel quale le leve economiche diventano strumenti di pressione e la tecnologia assume un ruolo centrale.
Gli autori di L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire non prevedono né una spartizione ordinata del pianeta né uno scontro inevitabile tra imperi. Parlano piuttosto di una condizione più profonda del semplice disordine: la perdita di fiducia nell’utilità di un sistema internazionale fondato su norme condivise.
In questo quadro il potere non resta concentrato negli Stati. Si distribuisce anche tra potenze regionali, Paesi capaci di muoversi tra schieramenti diversi e grandi aziende tecnologiche. Le alleanze diventano quindi più mutevoli, mentre gli attori medi scelgono di collaborare con interlocutori differenti in base ai singoli interessi.
Il libro, pubblicato da Mondadori, è stato presentato a Roma in una sala gremita, con numerosi ambasciatori italiani tra il pubblico. Il confronto, moderato da Alessandra Sardoni, ha coinvolto anche Carolina De Stefano e ha affrontato la fine della centralità americana e l’indebolimento dell’idea secondo cui l’interdipendenza economica sarebbe sufficiente a ridurre i conflitti.
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