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Attualità 4 min di lettura2 ore fa

Il mondo entra nel “non-ordine”: la sfida dell’Europa

Marta Dassù e Edoardo Campanella descrivono un sistema globale dominato dalla rivalità tecnologica, dal peso degli attori privati e da regole internazionali sempre più fragili.

La globalizzazione fondata su mercati aperti e interdipendenza sta lasciando spazio a una competizione in cui Stati Uniti e Cina impiegano economia e tecnologia come strumenti di potere. Secondo Marta Dassù, non si va però verso una semplice spartizione del pianeta tra nuovi imperi: lo scenario più probabile è quello di un sistema frammentato, con regole condivise in arretramento e un’influenza crescente di potenze regionali e grandi aziende tecnologiche.

È questa la tesi sviluppata da Dassù insieme a Edoardo Campanella nel libro “L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire”, presentato al Centro Studi Americani di Roma. Al confronto hanno partecipato anche Giampiero Massolo, Lorenzo Bini Smaghi, Carolina De Stefano e Michele Valensise, con la moderazione della giornalista Alessandra Sardoni.


La rivalità supera gli imperi

Per Dassù, molte delle trasformazioni oggi evidenti erano già emerse dopo la crisi finanziaria del 2008. Da allora, tuttavia, la tendenza si è rafforzata: Washington e Pechino non sembrano più puntare su una globalizzazione uniforme, ma sfruttano commercio, finanza e filiere produttive per alimentare una sfida in cui l’innovazione tecnologica occupa il posto centrale.

L’autrice esclude che il confronto debba sfociare necessariamente in uno scontro diretto o in un accordo tra potenze imperiali. «Non ci sarà in realtà né una collisione né una collusione imperiale», ha spiegato Dassù parlando del volume. Il concetto scelto dagli autori è quello di “non-ordine”: non una parentesi di instabilità, bensì la progressiva perdita di consenso sull’utilità stessa di un sistema internazionale fondato su norme comuni.

Nella definizione ricordata da Dassù, un ordine globale richiede sia un equilibrio, almeno relativo, tra le forze sia un patrimonio condiviso di regole. Oggi entrambi gli elementi appaiono indeboliti. Il potere non appartiene più soltanto agli Stati, ma si distribuisce anche tra piattaforme digitali e imprese private capaci di condizionare mercati, informazioni e decisioni pubbliche.


La forza non basta più

Giampiero Massolo ha posto l’accento sulla differenza tra “disordine” e “non-ordine”. Nel primo caso, le regole continuano a esistere anche quando vengono violate; nel secondo, è la loro legittimità a essere contestata. In questo quadro, l’interesse nazionale tende a essere perseguito attraverso la pressione, il ricatto o la semplice dimostrazione della propria potenza.

La disponibilità di strumenti militari, economici o diplomatici superiori non garantisce però il raggiungimento degli obiettivi. Stati Uniti, Cina e Russia devono fare i conti con dipendenze reciproche, ostacoli posti da attori più piccoli e conseguenze difficili da controllare. Anche chi avrebbe la capacità di allargare una crisi fino a trasformarla in conflitto globale cerca, allo stesso tempo, di evitare uno scontro diretto con le altre grandi potenze.

Il risultato è una rete di accordi provvisori e rapporti mutevoli. Le potenze medie, invece di legarsi una volta per tutte a un blocco, scelgono sempre più spesso interlocutori diversi in base alla questione affrontata. Le alleanze stabili lasciano così spazio a forme di collaborazione temporanea, in un mondo dove è complicato individuare un centro politico davvero dominante.

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Washington e Pechino sotto pressione

Lorenzo Bini Smaghi ha affrontato il tema dal punto di vista dei costi economici del potere imperiale. Un sistema egemonico può garantire vantaggi al proprio centro, ma richiede risorse sempre maggiori per conservare la propria posizione. La rivalità tra Stati Uniti e Cina rende evidente questa difficoltà.

Per decenni gli Stati Uniti hanno potuto acquistare dall’estero più di quanto vendessero e finanziare una parte consistente della propria economia grazie ai capitali internazionali. L’aggravarsi della competizione con Pechino ha però fatto aumentare il fabbisogno finanziario americano. La Cina si trova davanti a un problema diverso: per restare centrale nelle catene produttive mondiali deve sostenere esportazioni e produzione, mantenendo al contempo contenuti i consumi interni.

«Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla», ha sintetizzato Bini Smaghi, descrivendo il confronto come una gara sostenuta dal debito e potenzialmente difficile da mantenere nel lungo periodo. Proprio questa fragilità apre, secondo l’economista, uno spazio per l’Europa, il cui mercato e il cui risparmio risultano importanti per entrambi i contendenti.


L’Europa cerca un ruolo

Il peso economico europeo, da solo, non è però sufficiente. L’Unione dovrebbe trasformare le proprie risorse in capacità strategica, affiancando alla produzione di regole strumenti concreti per difendere i suoi interessi. Dassù ha sottolineato che le norme europee dovrebbero essere più efficaci e accompagnate da leve in grado di valorizzare i punti di forza già disponibili.

Bini Smaghi ha indicato una possibile direzione nella nascita di grandi operatori continentali sostenuti anche dal capitale privato. Il modello evocato è Airbus: servirebbero imprese di dimensione analoga nei comparti tecnologico, farmaceutico, finanziario e negli altri settori ritenuti decisivi. L’integrazione, in questa prospettiva, non dovrebbe dipendere soltanto dalle istituzioni, ma svilupparsi anche attraverso aziende europee capaci di competere su scala globale.

Michele Valensise ha invitato a non leggere le difficoltà dell’Unione come una condanna definitiva. «L’Europa esiste eccome», ha affermato, sostenendo che una reazione sia possibile se gli Stati rafforzano il percorso comune invece di affidarsi esclusivamente a iniziative nazionali. La sfida, emersa dal confronto romano, è quindi trasformare la capacità normativa europea in una vera influenza politica ed economica nel nuovo sistema internazionale.

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