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Attualità 4 min di lettura15 ott

Il mondo cambia padrone? La Cina sfida gli Stati Uniti sulle regole

Il politologo Emidio Diodato descrive un ordine internazionale senza più una guida unica e individua nell’Europa una potenza ancora frenata dalle divisioni interne.

Il declino dell’egemonia statunitense non sta conducendo automaticamente né a un secolo cinese né a una nuova Guerra fredda. Secondo Emidio Diodato, professore ordinario di Scienza politica all’Università per Stranieri di Perugia, il sistema internazionale attraversa una fase più incerta: Washington non riesce più a sostenere da sola l’ordine costruito nel dopoguerra, mentre nessun altro Paese appare pronto a ereditarne integralmente il ruolo.

La sua analisi è contenuta nella nuova edizione di «Che cos’è la geopolitica», pubblicata da Carocci e profondamente rielaborata rispetto al volume del 2011. Il libro ripercorre oltre un secolo di studi sul potere globale e propone di leggere la competizione tra Stati attraverso tre dimensioni intrecciate: strategica, economica e culturale.

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La Cina vuole fissare i nuovi standard

Per Diodato, parlare di geopolitica è diventato ormai abituale, ma il termine viene spesso utilizzato con significati diversi. L’autore richiama l’immagine della torre di Babele per descrivere una disciplina esposta al rischio di trasformarsi in una lettura del mondo modellata soprattutto sulle convinzioni personali di chi la formula.

La geografia resta importante, ma non è più sufficiente a spiegare l’equilibrio tra le potenze. Infrastrutture, reti commerciali, flussi finanziari, tecnologie e capacità di stabilire norme condivise sono diventati strumenti decisivi per esercitare influenza.

Da questa prospettiva, la Cina non sembra puntare soltanto a diventare uno dei poli di un sistema multipolare. «La Cina vuole sostituire gli Stati Uniti nel dettare gli standard di civiltà», sostiene Diodato. A suo giudizio, Pechino sta cercando di colmare il vuoto lasciato dalla riduzione dell’autorità americana attraverso nuove iniziative istituzionali.

Tra gli esempi indicati dal politologo figura l’organizzazione internazionale per la cooperazione e la gestione dell’intelligenza artificiale, con sede a Shanghai. La scelta di promuovere strutture parallele o alternative a quelle già esistenti permetterebbe alla Cina di incidere sulla definizione delle regole e delle priorità globali.


Washington riscopre il grande spazio

L’attuale politica statunitense viene interpretata come il ritorno a una tradizione più antica rispetto all’internazionalismo liberale. Diodato collega questa impostazione al cosiddetto destino manifesto americano, sviluppatosi dalla dottrina Monroe fino alla costruzione dell’ordine atlantico.

In questo quadro rientrano i richiami a William McKinley, le rivendicazioni riguardanti Panama e l’Artico e persino la decisione di modificare il nome del golfo del Messico. Sono elementi che, secondo l’analisi proposta nel libro, rimandano a una concezione del potere fondata sul controllo dei grandi spazi.

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La fase attuale non coincide però necessariamente con il ritorno a un mondo privo di regole. Il punto, spiega Diodato, è che le norme esistenti potrebbero essere riscritte, mentre la capacità di orientare il sistema internazionale si distribuisce tra attori diversi.


L’Europa ha le risorse ma non l’unità

L’Unione europea dispone di una forza economica considerevole e, sommando le capacità militari dei suoi Paesi, compreso il Regno Unito, avrebbe strumenti rilevanti anche sul piano della difesa. Il limite principale non sarebbe dunque l’assenza di mezzi, ma la difficoltà di trasformarli in una linea politica comune.

La frattura interna, secondo il professore, non passa più soltanto tra destra e sinistra. Le ultime tre legislature del Parlamento europeo mostrano una contrapposizione tra chi sostiene una maggiore integrazione e chi la respinge, con conseguenze che attraversano economia, diritti, politica estera e agricoltura.

Questa divisione pesa anche sulla posizione dell’Europa davanti alla guerra in Ucraina. Diodato attribuisce all’Unione un ruolo decisivo nel sostegno a Kiev e afferma: «Senza l’Unione europea la guerra in Ucraina sarebbe conclusa, e si sarebbe conclusa con una vittoria di Putin».

Allo stesso tempo, il politologo si dichiara favorevole alla ricerca di un compromesso capace di fermare il conflitto. La sua valutazione è inserita in una riflessione più ampia sul futuro dell’Unione, sui rapporti con la Cina, sulle relazioni con l’Africa e sulla possibilità di un multilateralismo non dipendente dall’egemonia americana.


Un equilibrio ancora senza erede

Il quadro delineato non identifica una potenza destinata a prendere semplicemente il posto degli Stati Uniti. L’America conserva un peso decisivo, ma non appare più in grado di garantire da sola la stabilità dell’ordine che aveva contribuito a costruire; la Cina, invece, prova a imporre una propria idea di civiltà e di organizzazione del mondo.

L’Europa potrebbe ritagliarsi uno spazio autonomo, ma soltanto se riuscisse a ridurre le divisioni sull’integrazione. L’analisi di Diodato, nel testo disponibile, si interrompe proprio mentre affronta questo ostacolo e il modo in cui la natura democratica dell’Unione rende difficile superarlo rapidamente.

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