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Attualità 4 min di lettura24 min fa

Il mercato europeo diventa l’arma di Parigi e Berlino contro Pechino

L’intesa tra Macron e Merz nasce dalla necessità di difendere l’industria europea, ma lascia ancora aperto il nodo dei rapporti con i partner esterni.

Il punto di forza dell’Unione europea nei confronti della Cina è il suo mercato da 450 milioni di consumatori. È su questa leva che Francia e Germania stanno provando a costruire una risposta comune alla sovraccapacità industriale cinese, nonostante restino divise su diversi aspetti della politica commerciale e industriale.

La convergenza si è tradotta in una lettera inviata il 5 ottobre da Emmanuel Macron e Friedrich Merz a Ursula von der Leyen. I due leader hanno chiesto un meccanismo capace di escludere rapidamente un Paese terzo dal mercato unico quando le sue pratiche commerciali producono distorsioni. Il riferimento non dichiarato è la Cina, con cui l’Unione europea registra un disavanzo commerciale di circa un miliardo di euro al giorno.

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Pechino ha già fatto una concessione

L’iniziativa franco-tedesca ha contribuito a creare pressione su Pechino. Il 9 ottobre la Cina ha accettato di fissare, per il primo anno, un limite di 350.000 automobili ibride esportabili verso l’Europa: una quota inferiore alla metà di quella inizialmente prevista, ma comunque superiore alle importazioni registrate nel 2025.

Nello stesso accordo, Pechino si è impegnata a continuare a rendere più agevoli le autorizzazioni per spedire in Europa terre rare e magneti permanenti. Il risultato mostra quanto l’accesso al mercato europeo possa essere utilizzato come strumento negoziale, ma anche quanto sia complesso adottare misure selettive contro un singolo concorrente senza colpire altri partner commerciali.


Il nodo delle auto elettriche

Il confronto con la Cina era iniziato soprattutto dal settore automobilistico. Nel 2024 l’Unione europea aveva introdotto dazi sulle auto elettriche cinesi, lasciando fuori le ibride. I produttori di Pechino avevano sfruttato proprio questa differenza per mantenere aperta una parte importante delle esportazioni.

Dopo il rifiuto cinese di limitare autonomamente le vendite, la Commissione europea ha valutato un possibile strumento di salvaguardia. Questa soluzione avrebbe però una conseguenza difficile da evitare: le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio impongono di applicare le misure senza discriminazioni tra i Paesi. Un intervento contro la Cina avrebbe quindi potuto coinvolgere anche Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e altri Stati considerati partner affidabili.

Il problema era già emerso nei contatti avviati a giugno. A metà mese i leader europei avevano incaricato la Commissione di cercare un riequilibrio del rapporto commerciale con Pechino attraverso il dialogo, prevedendo una risposta più incisiva in assenza di risultati entro l’autunno. Il 29 giugno Maroš Šefčovič, commissario europeo per il Commercio, e il ministro cinese Wang Wentao avevano inaugurato le consultazioni bilaterali su scambi e investimenti.


Parigi e Berlino restano distanti

La ritrovata collaborazione non significa che Francia e Germania abbiano risolto le loro divergenze. Per lungo tempo i due Paesi hanno seguito posizioni opposte sulla transizione dell’automobile: Berlino chiedeva obiettivi meno severi sulle emissioni delle vetture nuove entro il 2035, mentre Parigi sosteneva una linea più rigorosa.

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Il 16 ottobre è stato raggiunto un compromesso. La Francia ha accettato un taglio del 90% delle emissioni delle nuove automobili entro il 2035; la Germania, in cambio, ha dato il via libera a un criterio di produzione europea per il comparto automobilistico all’interno dell’Industrial Accelerator Act, il progetto con cui Bruxelles vuole orientare appalti e incentivi pubblici verso le aziende europee.

Entrambi i dossier sono ancora nella fase del trilogo e l’accordo politico dovrà essere trasformato in norme operative. La soluzione raggiunta tra Macron e Merz potrebbe consentire l’ingresso di alcuni partner esterni all’Unione, ma solo in presenza di reciprocità e di un sostanziale allineamento alle regole europee.


La partita si sposta sull’industria

Il progetto europeo è al centro di un negoziato complesso. Al Parlamento sono stati presentati circa 5.000 emendamenti e anche il Partito Popolare europeo è diviso tra due orientamenti: limitare inizialmente l’accesso a pochi Paesi, ampliandolo in seguito a chi rispetta determinate condizioni, oppure partire da una platea più vasta e affidare alla Commissione il compito di escludere i soggetti che non garantiscono reciprocità.

Anche gli Stati membri cercano una posizione condivisa. La presidenza irlandese del Consiglio ha proposto di decidere l’accesso in base al singolo prodotto e al singolo Paese, tenendo conto degli impegni commerciali sottoscritti dall’Unione europea.

Il compromesso franco-tedesco potrebbe diventare una formula applicabile anche ad altri comparti, ma non è ancora certo. I produttori di acciaio chiedono criteri molto restrittivi, mentre le aziende più dipendenti dalle catene internazionali temono che regole troppo rigide facciano aumentare i costi o rendano più difficile trovare fornitori e sbocchi commerciali.

Dopo anni di discussioni sul ruolo che l’Europa dovrebbe assumere nella protezione della propria industria, il confronto è entrato in una fase più concreta. Restano da definire i prodotti davvero europei, i partner ammessi e le condizioni richieste. L’intesa tra Parigi e Berlino non offre ancora una risposta definitiva, ma indica che le due capitali hanno iniziato a cercarla sullo stesso terreno.

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