IA e pensioni, il conto nascosto: perché il fisco rischia di perdere
La crescita legata all’intelligenza artificiale può spostare redditi dalle buste paga ai profitti, mettendo sotto pressione entrate pubbliche, previdenza e servizi essenziali.
La crescita dell’intelligenza artificiale potrebbe non tradursi automaticamente in maggiori risorse per pensioni, sanità e servizi pubblici. Se una quota crescente del valore prodotto finirà nei profitti anziché negli stipendi, gli Stati rischieranno di perdere una parte delle imposte e dei contributi oggi legati al lavoro.
In Italia il tema è particolarmente delicato: il prelievo sui redditi da lavoro è già elevato e i contributi versati dai dipendenti rappresentano la principale fonte di finanziamento del sistema previdenziale. L’espansione dell’IA può quindi aumentare la produttività, ma anche aprire un problema sulla distribuzione del gettito.
Il nodo italiano parte dagli stipendi
Nel 2025 il cuneo fiscale per un lavoratore italiano single con salario medio era pari al 45,8% del costo complessivo del lavoro, secondo i dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. La media rilevata nei Paesi aderenti era invece del 35,1%, considerando sia le imposte sia i contributi a carico del dipendente e dell’azienda.
La rilevanza del lavoro per le casse pubbliche emerge anche dai dati della Commissione europea: nel 2024 tasse e contributi collegati all’occupazione hanno rappresentato il 48,6% del gettito fiscale e contributivo italiano, mentre il capitale ne ha generato il 25,5%. Negli ultimi vent’anni, inoltre, la quota di ricchezza destinata agli stipendi è diminuita nel nostro Paese, a differenza della media dell’Unione europea, rimasta stabile.
Questa dinamica tocca direttamente le pensioni. Se salari e occupazione perdessero peso, diminuirebbero anche i versamenti previdenziali; per mantenere le prestazioni lo Stato dovrebbe allora reperire risorse aggiuntive attraverso altre imposte o trasferimenti.
Georgieva vede uno shock lento
Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, ha richiamato l’attenzione sul problema durante l’apertura degli incontri annuali con la Banca mondiale a Bangkok. A suo giudizio, l’IA è uno “tsunami a lento movimento”, capace di incidere nel tempo su lavoro, istruzione, crescita e capacità dei governi di raccogliere entrate.
Gli investimenti nelle infrastrutture necessarie all’IA stanno sostenendo l’economia mondiale, che secondo Georgieva continua a crescere intorno al 3% nonostante il rallentamento provocato dallo shock energetico. Nelle economie asiatiche avanzate, questa spinta potrebbe valere fino a un punto percentuale di crescita aggiuntiva.
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La direttrice del Fondo ha parlato anche di uno “shock della domanda” e di uno “shock degli investimenti”. Il cambiamento potrebbe coinvolgere circa il 40% dei posti di lavoro nel mondo: una quota che non indica necessariamente la scomparsa di quattro occupazioni ogni dieci, ma la possibile trasformazione, valorizzazione o sostituzione delle mansioni interessate.
Profitti e salari non pesano uguale
Il rischio fiscale nasce dal diverso trattamento delle due principali forme di reddito. Quando un’azienda riduce la spesa per gli stipendi grazie all’automazione, una parte del valore può diventare profitto. Su quei salari, però, lo Stato avrebbe incassato imposte e contributi; gli utili seguono invece regole differenti e possono restare nella società, essere distribuiti ai proprietari o, nel caso dei gruppi multinazionali, essere registrati in un altro Paese.
Nel 2026 l’aliquota ordinaria media sugli utili societari era del 21,2% nelle 146 giurisdizioni analizzate dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, contro il 28% del 2000. Il confronto non consente di dire che ogni 100 euro trasferiti dai salari ai profitti producano automaticamente una perdita fiscale di 14 euro: sugli utili distribuiti possono applicarsi ulteriori prelievi. I numeri mostrano però che la destinazione della ricchezza condiziona il gettito.
Già nel 2024, in un’analisi sull’IA generativa, il Fondo monetario aveva indicato la necessità di rafforzare la tassazione dei redditi da capitale. Un ulteriore studio pubblicato nell’aprile 2026 ha evidenziato che la contrazione dei redditi da lavoro potrebbe ridurre le entrate pubbliche proprio mentre aumentano le spese per sostenere chi perde l’occupazione o deve riqualificarsi.
La risposta non è solo una tassa
Tra le ipotesi indicate dal Fondo figurano una migliore imposizione di profitti e rendite, il contrasto al trasferimento degli utili verso Paesi con una fiscalità più conveniente e un rafforzamento della protezione sociale. Sulla cosiddetta tassa sui robot, invece, l’istituzione invita alla prudenza: un prelievo diretto sull’automazione potrebbe scoraggiare gli investimenti e rallentare la diffusione di tecnologie capaci di aumentare la produttività.
L’esito non è già scritto. Se l’IA farà crescere la produttività, potrebbe anche favorire nuove professioni, salari più alti e un’espansione complessiva della ricchezza. La questione decisiva sarà consentire ai sistemi fiscali di intercettare la parte di valore che si sposterà dal lavoro al capitale, così da continuare a finanziare pensioni e servizi pubblici.
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