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Attualità 3 min di lettura10 ore fa

IA e matematica, il vero rischio è perdere gli studenti

Per uno studente che si affaccia oggi alla ricerca matematica, la domanda non riguarda soltanto le capacità dell’intelligenza artificiale, ma anche il senso di intraprendere quella strada.

Per uno studente che si affaccia oggi alla ricerca matematica, la domanda non riguarda soltanto le capacità dell’intelligenza artificiale, ma anche il senso di intraprendere quella strada. Se i sistemi automatici arrivano a risolvere problemi celebri, quale spazio resta agli esseri umani? David A. Madore, collega francese di Télécom ParisTech, ha risposto a una mail segnata da questa preoccupazione con una lettera franca, priva di rassicurazioni facili.

L’autore condivide il timore di fondo, ma interpreta la trasformazione in modo meno pessimista. A suo giudizio, i nuovi strumenti potrebbero aprire possibilità ancora difficili da prevedere, a condizione che i matematici sappiano abbandonare un legame troppo nostalgico con i metodi del passato.

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La crisi va oltre i calcoli

Madore ammette che la comunità matematica, lui compreso, guarda agli sviluppi recenti con forte inquietudine. Le opinioni sul futuro non sono uniformi, ma la questione supera i confini della disciplina: il modo in cui i sistemi di intelligenza artificiale producono risultati solleva interrogativi per l’intera ricerca scientifica.

Secondo il matematico, le aziende del settore sembrano interessate soprattutto ad addestrare e commercializzare i propri modelli. La scelta della matematica come banco di prova, sostiene, non sarebbe accompagnata da informazioni sufficienti sui problemi affrontati, sulle procedure seguite o sulle risorse impiegate. In questo modo, una materia scientifica rischia di diventare soltanto terreno di sperimentazione commerciale.


Risolvere non significa capire

Il punto più duro della lettera riguarda la possibile riduzione della matematica a una sequenza di risultati generati da un computer, che gli esseri umani dovrebbero soltanto controllare o interpretare. Madore respinge questa prospettiva e contesta l’idea che il lavoro matematico possa consistere nel ricostruire ciò che una macchina ha prodotto senza comprenderne davvero il significato.

Per lui, la finalità della disciplina non coincide con la soluzione di un esercizio, nemmeno quando si tratta di un problema aperto di grande prestigio. Questi interrogativi, spiega, sono nati come strumenti per orientare la ricerca, favorire nuove teorie e avvicinare gli studiosi alla comprensione della realtà. Usarli come semplici trofei, accompagnati da risposte prive di spiegazione, altera il loro valore scientifico.

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Un errore anche dei matematici

Madore non attribuisce però tutta la responsabilità alle aziende tecnologiche. A suo avviso, gli stessi matematici hanno contribuito a creare il problema dando un peso eccessivo alla difficoltà dei quesiti e alla fama ottenuta da chi riesce a risolverli. Anche il prestigio associato a riconoscimenti come la Medaglia Fields può alimentare l’idea della ricerca come gara individuale, più che come percorso condiviso verso una maggiore comprensione.

Da qui nasce una possibile svolta: concentrarsi meno sulla conquista del risultato e più sulla ricerca di domande fertili, prospettive originali e spiegazioni capaci di parlare anche a chi non appartiene alla comunità degli specialisti. «Comprendere è un’attività umana che i computer non possono svolgere al posto nostro», osserva Madore, ricordando che una soluzione automatica serve a poco se nessuno riesce a inserirla in un quadro di senso.


Il futuro resta nelle scelte umane

La lettera non propone né un rifiuto assoluto dell’intelligenza artificiale né un’accettazione senza riserve. Serviranno più matematici in carne e ossa per affrontare un mondo complesso e per decidere, caso per caso, quando usare questi strumenti, come farlo senza indebolire il pensiero autonomo e quando invece rinunciarvi.

Madore riconosce di non poter prevedere l’evoluzione della ricerca. Dice però allo studente che anche l’eventuale scelta di cambiare settore sarebbe comprensibile: il percorso formativo dovrebbe aiutare ciascuno a individuare ciò che considera più interessante e utile, non imporre una professione.

Il danno più grave, secondo lui, si verificherebbe se l’intelligenza artificiale allontanasse dalla matematica proprio i giovani più promettenti. L’autore della riflessione, pur comprendendo le ansie di chi oggi segue studenti e dottorandi, conserva invece una fiducia maggiore: il cambiamento potrebbe inaugurare una stagione stimolante, ma soltanto se la comunità saprà affrontarla con coraggio e senza trasformare la difesa della tradizione in un ostacolo.

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