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Houthi, la svolta nel Mar Rosso: il progetto che allarma la regione

Il Consiglio di transizione del Sud accusa gli Houthi di voler costruire una presenza autonoma tra Yemen e Corno d’Africa e chiede un ruolo politico per le forze meridionali.

Il Consiglio di transizione del Sud non sostiene di parlare a nome di tutti gli abitanti dello Yemen meridionale. La sua rivendicazione riguarda piuttosto un progetto politico: restituire alla popolazione del Sud il diritto di scegliere il proprio assetto istituzionale, compresa l’eventuale nascita di uno Stato indipendente.

La questione si intreccia con la guerra contro gli Houthi, con la fragilità delle istituzioni riconosciute a livello internazionale e con il confronto tra Arabia Saudita, Iran e Stati Uniti. Secondo Amr al-Bidh, rappresentante per gli Affari esteri del Consiglio di transizione del Sud, il movimento sciita non sarebbe più soltanto uno strumento di Teheran, ma starebbe cercando di costruire una propria influenza regionale.


Il Sud rivendica una scelta autonoma

Per il Consiglio di transizione del Sud, l’unificazione dello Yemen non ha risolto le divisioni del Paese. Il movimento di liberazione meridionale è nato dopo la guerra del 1994, quando il Nord invase il Sud, e da allora considera l’unità una forma di occupazione. La separazione viene quindi presentata come una possibile risposta politica, non come un obiettivo da imporre con la forza.

Al-Bidh sostiene che la popolazione debba poter decidere senza che il Consiglio attribuisca a se stesso una rappresentanza totale. «Rappresentiamo un progetto, non diciamo di rappresentare tutti», ha spiegato, indicando nel dialogo e nella consultazione popolare gli strumenti per stabilire il futuro del territorio.

Le critiche sulla possibile frammentazione dello Yemen vengono respinte con un’argomentazione diversa: secondo il rappresentante, il Paese sarebbe già diviso tra due governi e aree di controllo separate. Anche la storia istituzionale dei due territori, ha aggiunto, è stata differente: il Sud aveva una struttura più decentrata, mentre il Nord era organizzato attorno a un imamato fortemente centralizzato.


Una forza utile contro gli Houthi

Il Sud viene considerato dal Consiglio di transizione un elemento decisivo anche sul piano della sicurezza. Al-Bidh ricorda che gli Houthi furono fermati proprio quando tentarono di avanzare nelle aree meridionali e sostiene che quella zona potrebbe ancora impedire al movimento di raggiungere altri punti strategici.

Per questo, secondo il rappresentante, gli Stati Uniti dovrebbero smettere di lasciare la gestione del dossier quasi esclusivamente all’Arabia Saudita. Washington, a suo giudizio, dovrebbe riunire le fazioni yemenite, gli attori regionali e le forze locali attorno a un percorso politico, attribuendo al Sud un ruolo centrale e non trattandolo come un problema aggiuntivo.

Un intervento militare americano diretto, tuttavia, non viene indicato come necessario. La priorità sarebbe invece una posizione statunitense più netta, capace di coordinare i diversi soggetti coinvolti e di evitare che gli Houthi sfruttino le divisioni politiche già presenti.


Riad e Washington sotto pressione

Sul terreno, al-Bidh non vede oggi una formazione in grado di sconfiggere gli Houthi per conto del governo internazionalmente riconosciuto. Le forze che per dieci anni ne avevano contenuto l’espansione sono state indebolite o non esistono più nella stessa forma, mentre le unità attualmente sostenute dall’Arabia Saudita non sembrano, secondo lui, sufficienti a produrre una soluzione militare.

Il confronto tra Riad e gli Houthi procede anche attraverso forme di pressione reciproca. L’Arabia Saudita limita l’attività degli aeroporti nelle zone controllate dal movimento, mentre gli Houthi ostacolano il traffico marittimo saudita. Il tutto avviene in uno Yemen segnato dal collasso economico e dalla debolezza del governo riconosciuto a livello internazionale.

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In questo quadro, il conflitto è diventato anche uno strumento negoziale. Gli Houthi possono esercitare pressione sull’Arabia Saudita attraverso leve economiche e politiche e, indirettamente, condizionare gli Stati Uniti. Riad deve inoltre valutare il rischio che la fine del blocco crei un collegamento diretto tra Teheran e Sana’a, uno scenario considerato problematico per gli interessi sauditi.

Secondo al-Bidh, Washington ha già compiuto un’operazione contro gli Houthi e ha poi raggiunto con loro un cessate il fuoco. Il movimento starebbe sfruttando questa situazione evitando, per ora, di chiudere il Bab al-Mandeb e sostenendo che il proprio confronto principale sia con l’Arabia Saudita. Gli Stati Uniti, impegnati anche nella gestione dei rapporti con l’Iran, non vorrebbero aprire un nuovo conflitto.


Bab al-Mandeb, la nuova leva

L’avanzata verso il Bab al-Mandeb ha modificato il peso strategico degli Houthi. Prima il movimento doveva ricorrere a droni e missili per minacciare le navi; ora, secondo il rappresentante meridionale, dispone della capacità potenziale di interrompere il passaggio nello stretto quando lo ritiene opportuno, anche se non lo sta facendo.

Il rischio, nella sua analisi, riguarda la possibilità di ripetere una simile iniziativa dopo averla utilizzata una prima volta. Il Bab al-Mandeb è un punto essenziale per la navigazione e la sicurezza della regione, ma le conseguenze di una sua chiusura coinvolgerebbero anche la comunità internazionale. «Hanno ottenuto una leva enorme sulla sicurezza marittima», ha affermato al-Bidh parlando della posizione raggiunta dagli Houthi.

Questa capacità avrebbe effetti che vanno oltre il territorio yemenita. Il movimento starebbe ampliando i propri collegamenti e la propria presenza anche nel Corno d’Africa, con l’ambizione di diventare un attore autonomo. «Vogliono creare un altro Iran, non soltanto un altro gruppo sostenuto da Teheran», ha dichiarato il rappresentante, descrivendo un progetto regionale più ampio.


Gli Emirati restano un’incognita

Il possibile ritorno degli Emirati Arabi Uniti nello Yemen non è considerato certo. Dopo il ritiro delle proprie forze, Abu Dhabi non avrebbe chiarito se intenda rientrare nel conflitto, e al-Bidh afferma di non sapere se questa eventualità rientri nei piani emiratini.

La valutazione sul loro precedente coinvolgimento è però positiva. Secondo il rappresentante, gli Emirati avevano adottato una strategia diversa da quella saudita e si erano dimostrati efficaci nelle operazioni contro diversi gruppi armati, compresi gli Houthi in varie aree.

Il loro eventuale coinvolgimento potrebbe essere discusso con la comunità internazionale, ma non viene presentato come una prospettiva già definita. Intanto il confronto resta sospeso tra pressioni militari, negoziati regionali e una crisi politica che continua a dividere il Paese.

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