Her Private Hell, Refn perde lo spettatore nel labirinto dell’immagine
L’ultimo film di Nicolas Winding Refn costruisce un universo visionario e violento, ma secondo questa lettura sacrifica ogni coinvolgimento a uno stile sempre più autoreferenziale.
Il problema di Her Private Hell non è la mancanza di ambizione, bensì l’incapacità di trasformare l’ambizione visiva in qualcosa che coinvolga davvero. Nicolas Winding Refn mette in scena un incubo sospeso tra fantascienza, fiaba nera e melodramma familiare, ma il risultato appare dilatato, freddo e quasi impermeabile allo spettatore. La durata di circa due ore finisce così per sembrare molto più ampia, mentre ogni svolta narrativa viene sommersa da luci, nebbie e citazioni cinematografiche.
Un mondo spettacolare ma inerte
La vicenda si apre in una città deformata, immersa in tonalità rosate e bluastre. Grattacieli allungati, oggetti architettonici simili a giocattoli violacei e blocchi di ghiaccio sospesi nella foschia compongono un paesaggio urbano che richiama, per deformazione e monumentalità, Megalopolis e il pianeta Krypton immaginato da Richard Donner.
In questo scenario arriva Elle, interpretata da Sophie Thatcher, attrice cinematografica e figura apparentemente ingenua, ma destinata a muoversi dentro un sistema di rapporti sempre più disturbante. Di notte entra in un albergo-torre e incontra Hunter, giovane ammiratrice interpretata da Kristine Froseth, una creatrice di contenuti pronta a sfruttare ogni occasione. Elle la conduce nell’attico della matrigna Dominique, a cui presta il volto Havana Rose Liu.
La casa è anche il luogo di un conflitto continuo. Dominique è la moglie del regista Johnny Thunders, autore del film di fantascienza ispirato al fumetto Candyfloss, nel quale Elle dovrebbe essere la protagonista. Johnny sparisce quasi subito, lasciando dietro di sé una leggenda: Leatherman, assassino dalle mani ricoperte di diamanti, sarebbe vulnerabile soltanto se gli venissero amputati gli arti superiori.
Il racconto si perde nelle citazioni
A questa trama già frantumata si aggiunge K., soldato nippoamericano interpretato da Charles Merton. L’uomo attraversa un diverso piano spazio-temporale durante la ricerca della figlia scomparsa e, nel percorso, massacra diversi appartenenti alla yakuza. La sua presenza si intreccia con quella di Elle anche attraverso due oggetti: un’ascia d’oro e l’accendino utilizzato da K., donati alla ragazza dal padre per il compleanno.
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Il film sembra allora suggerire molte possibili direzioni senza sceglierne davvero una. Può apparire come una riflessione sulla violenza maschile, sul rapporto irrisolto tra genitori e figli o sulla trasformazione del desiderio in una gabbia familiare. Tuttavia, le figure femminili restano spesso immobili, quasi fossero statue eleganti, e la nebbia che invade ambienti e passaggi narrativi finisce per sostituire il significato invece di costruirlo.
Refn dissemina il film di richiami ad altri autori: l’inquietudine visiva di Brian De Palma, la colonna sonora di Pino Donaggio, le tensioni erotiche associate a Dario Argento e il disorientamento percettivo di Gaspar Noé. Anche le sequenze più estreme, comprese quelle con occhi colpiti da lame e corpi sottoposti a violenza, sembrano però funzionare come esercizi di stile più che come momenti capaci di produrre paura o partecipazione.
Due ore contro lo spettatore
Particolarmente insistita appare la lunga parentesi di luci intermittenti sui volti delle protagoniste. Il film accumula dissolvenze, tagli luminosi e sospensioni narrative fino a trasformare la ricerca di eleganza in una prova di resistenza. Ogni dettaglio viene sottolineato, ogni inquadratura sembra chiedere di essere contemplata, ma sotto la superficie levigata resta poco spazio per l’emozione.
Il limite di Her Private Hell, in questa prospettiva, coincide con un citazionismo ormai privo di energia. L’autore conserva la compostezza visiva già riconoscibile nei suoi lavori, da Pusher a Bronson e Valhalla Rising, ma non riesce a restituire la stessa forza. A chi aveva trovato in quei film una rivelazione rimane un’opera patinata e autoreferenziale, distribuita da MUBI in metà Europa, che sembra interessarsi più alla propria immagine che a chi la osserva.
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