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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Graviano cambia rotta: il silenzio su Berlusconi apre nuovi dubbi

A Firenze il boss ridimensiona il tema dei soldi e annuncia di non voler più parlare delle stragi, mentre l’archiviazione di Caltanissetta riaccende il confronto sui depistaggi.

La svolta più significativa dell’udienza fiorentina non riguarda soltanto ciò che Giuseppe Graviano ha raccontato, ma soprattutto ciò che ha scelto di non dire. Dopo anni trascorsi a evocare un credito nei confronti di Silvio Berlusconi e possibili rivelazioni sulle stragi, il boss ha dichiarato di non essere più interessato a recuperare quel denaro né a intervenire sui fatti del 1992 e del 1993.


La retromarcia arrivata in aula

Graviano era stato convocato nel processo a carico di Baiardo, imputato per diffamazione nei confronti di Giletti. I suoi stessi legali, però, hanno cercato di modificare la modalità della deposizione: invece di ascoltarlo come testimone assistito, hanno chiesto che fosse trattato come imputato di reato connesso, condizione che gli avrebbe consentito di non rispondere. La presidente ha respinto la richiesta.

Il passaggio è rilevante perché Graviano aveva insistito per essere ascoltato a Caltanissetta, sostenendo di voler riferire elementi su Berlusconi e sulle stragi. Dopo il mancato accoglimento di quella richiesta, l’attenzione si era spostata sull’udienza fiorentina. Qui, tuttavia, alle domande dei pubblici ministeri ha risposto spesso di non ricordare e ha ricondotto il tema dei suoi incontri con l’ex presidente del Consiglio alla richiesta di rispettare impegni economici assunti con il nonno.

Alla domanda se fosse ancora interessato a riavere quelle somme, Graviano ha risposto: «No, signor pubblico ministero, non sono più interessato a quei soldi». Il suo avvocato ha poi riferito ai cronisti che il detenuto non avrebbe più intenzione di parlare nemmeno delle stragi, aggiungendo: «Ci sono forze potenti che vogliono che non parli».


Il denaro resta il nodo centrale

Nel racconto fornito in aula, il nonno Filippo Quartararo avrebbe investito tra 4 e 5 miliardi di lire nell’attività di Berlusconi tra il 1969 e il 1970. Secondo la ricostruzione attribuita a Graviano, nell’operazione sarebbero confluiti anche i capitali di Matteo Chiazzese, Carlo Soldi e Matteo Alfano, fino a raggiungere una cifra complessiva vicina ai 20 miliardi di lire.

Le somme sarebbero state presentate come denaro di provenienza lecita, ottenuto da Quartararo attraverso il commercio di frutta e ortaggi. A tutela dell’investimento sarebbe stata sottoscritta una scrittura privata tra finanziatori e beneficiario, con l’intervento di un professionista la cui identità non è stata precisata. L’accordo avrebbe previsto la successiva nascita di una società e il riconoscimento agli investitori del 20% degli utili futuri.

Per anni Graviano e il cugino Salvatore avrebbero tentato di ottenere la restituzione del capitale, ricevendo però soltanto somme considerate insufficienti. Il cambio di posizione emerso a Firenze, dopo una lunga serie di segnali e dichiarazioni indirette, lascia quindi aperta la domanda sulle ragioni della rinuncia.

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L’archiviazione riapre il caso stragi

Nel frattempo, a Caltanissetta, il giudice per le indagini preliminari Santi Bologna ha archiviato un filone dell’inchiesta sulle stragi. Il provvedimento valorizza la tesi secondo cui gli attentati del 1992 sarebbero stati compiuti da Cosa nostra per ostacolare le indagini sull’inchiesta «mafia e appalti», presentata come una concausa e non come l’unico movente dell’assassinio di Paolo Borsellino.

Questa impostazione viene contestata da chi ritiene che il provvedimento non consideri adeguatamente la complessità dei depistaggi legati alla strage di via D’Amelio. Tra gli elementi richiamati ci sono la costruzione della falsa pista basata sulle dichiarazioni di Scarantino, il coinvolgimento di apparati deviati dello Stato e il ruolo dell’allora procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra. Quelle dichiarazioni portarono alla condanna di persone poi riconosciute estranee all’attentato.

Il provvedimento, inoltre, definirebbe depistatore un senatore della Repubblica sulla base di un’intercettazione di cui viene contestata l’interpretazione. Restano sullo sfondo anche le indicazioni di un diverso giudice per le indagini preliminari, confermate dalla Cassazione, che avevano chiesto ulteriori approfondimenti su oltre quaranta punti, compresa la cosiddetta pista nera.


Le domande ancora senza risposta

Le sentenze definitive hanno ricostruito una strategia unitaria della stagione stragista del 1992-1993, da Capaci agli attentati di Firenze, Roma e Milano, fino al fallito attacco allo stadio Olimpico. In quel quadro sono state ricondotte ai Graviano anche la strage di via D’Amelio e le altre azioni attribuite alla stessa organizzazione.

Proprio per questo resta da chiarire quale rapporto vi sia tra l’inchiesta su mafia e appalti e gli attentati compiuti fuori dalla Sicilia. Allo stesso modo, non esiste al momento una risposta pubblica sul motivo per cui Graviano abbia abbandonato il proposito di parlare e abbia dichiarato chiuso il capitolo del denaro.

L’ipotesi di eventuali accordi o di contropartite, anche indirette e collocate fuori dall’Italia, è stata evocata come interrogativo, non come fatto accertato. Senza nuovi riscontri, la retromarcia del boss rimane dunque un passaggio oscuro: non chiarisce il passato e aggiunge un ulteriore elemento di incertezza alle indagini sulle stragi e sui depistaggi.

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