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Attualità 3 min di lettura5 ore fa

Grano sotto tiro: il prezzo che l’Europa paga lasciando spazio a Putin

Gli attacchi alle navi nel Mar Nero stanno rendendo più costoso e incerto il commercio agricolo, con effetti che arrivano ben oltre l’Ucraina.

Nel Mar Nero la guerra sta trasformando una rotta commerciale in una delle aree più rischiose per la navigazione. Secondo un’inchiesta del Financial Times basata su dati di Ambrey e dell’Organizzazione marittima internazionale, nel 2026 oltre 570 navi sono state colpite e almeno quaranta membri degli equipaggi hanno perso la vita.

Gli attacchi sono stati attribuiti a entrambe le parti e hanno coinvolto anche i marinai. Tuttavia, circa il 90 per cento degli episodi registrati negli ultimi quarantacinque giorni sarebbe riconducibile alla Russia: un elemento che dovrebbe entrare anche nel dibattito italiano sul costo delle sanzioni e sul sostegno all’Ucraina.

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Il conto del grano ricade sui più fragili

Il 16 luglio, durante l’assemblea degli imprenditori italiani in Russia, Matteo Salvini aveva messo in discussione l’efficacia delle misure contro Mosca. Il vicepremier aveva sostenuto che la rinuncia al gas russo danneggiasse l’economia italiana senza accelerare la fine della guerra, pur riconoscendo la differenza tra chi aggredisce e chi viene aggredito.

La stessa prospettiva, però, dovrebbe considerare anche i danni prodotti dall’aggressione sui commerci internazionali. Ad agosto le esportazioni agricole ucraine via mare sono scese a 1,4 milioni di tonnellate, circa il 75 per cento in meno rispetto ai livelli precedenti al conflitto, mentre anche la Russia è stata costretta a utilizzare collegamenti più onerosi.

Per gli importatori lontani, dall’Africa occidentale all’Indonesia, trovare fornitori alternativi significa sostenere costi più elevati e affrontare maggiore incertezza. Il problema è ancora più pesante per i Paesi con minori risorse, che dispongono di margini ridotti per sostituire rapidamente le proprie fonti di approvvigionamento.


La linea politica resta divisa

A chiusura del congresso della Lega, segnato dallo slogan “Lega di lotta e di governo”, Salvini ha ribadito la propria posizione con una formula netta: «Né soldi né armi per l’Ucraina». La scelta appare particolarmente significativa perché il partito esprime il vicepresidente del Consiglio e il ministro dell’Economia.

Nella stessa giornata, a Montepulciano, la segretaria del Pd ha riservato all’Ucraina circa trenta secondi in un intervento durato più di cinquanta minuti. Ha riproposto l’idea di un negoziatore europeo, senza aggiungere ulteriori elementi, e ha mostrato un’apertura nei confronti di Giuseppe Conte.

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Una posizione che, su questo punto, finisce per avvicinarsi a quella espressa da Dmitry Peskov. Il portavoce del Cremlino ha affermato che l’Unione Europea «da tempo vuole nominare un negoziatore, ma non è in grado di farlo oppure non riesce a decidere. È difficile definire costruttivo questo atteggiamento: per ora si limita alle parole e non passa all’azione».


Sicurezza commerciale, non solo sanzioni

L’efficacia delle sanzioni può essere discussa, modificata e valutata anche alla luce delle conseguenze economiche. Un’analisi completa, però, deve includere il prezzo dell’aggressione e il rischio di lasciare a una potenza militare la facoltà di imporre con la forza le condizioni degli scambi.

L’interesse nazionale riguarda certamente le imprese italiane che puntano a tornare sul mercato russo. Ma comprende anche quelle che hanno bisogno di rotte protette, regole applicate e collegamenti affidabili per trasportare beni essenziali.

Il calo degli introiti agricoli può produrre effetti oltre l’emergenza: con meno ricavi dalle esportazioni, gli agricoltori dispongono di meno risorse per finanziare le semine successive. Per questo l’Europa dovrebbe inserire la difesa dei traffici civili nella propria iniziativa politica, sostenere i percorsi alternativi e considerare la sicurezza dei commerci come parte integrante della sicurezza comune.

La questione posta a Salvini, dunque, non riguarda soltanto quanto costino le sanzioni. Riguarda anche il prezzo che l’Italia e gli altri Paesi pagherebbero se Vladimir Putin potesse decidere, attraverso la forza, a quali condizioni il resto del mondo è autorizzato a commerciare.

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