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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Giovani senza futuro: la lettera che accusa l’Italia dei privilegi

Una ragazza di Salerno racconta precarietà, sfiducia e paura del domani, chiedendo alle istituzioni di smettere di ignorare chi vuole restare e vivere con dignità.

Giulia Benedetta Arienzo è una giovane di Salerno, lavora, affronta le difficoltà economiche quotidiane e dedica parte del tempo libero ai cani ospitati nel rifugio della sua zona. Da questa esperienza nasce una lettera indirizzata a chi governa, amministra, giudica e, secondo lei, continua a non vedere il disagio di una generazione.

Il tono non è quello di uno sfogo momentaneo. La ragazza precisa di non scrivere spinta dalla rabbia, ma dalla stanchezza e dalla volontà di non restare in silenzio. Al centro del suo messaggio c’è la sensazione che impegno e sacrificio non siano più sufficienti per costruirsi un futuro in Italia.

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Il merito che non basta più

Secondo Arienzo, la parola “merito” viene utilizzata dalle istituzioni per descrivere un Paese che, nella realtà, offrirebbe opportunità soprattutto a chi può contare su risorse familiari, conoscenze e condizioni di partenza favorevoli. Chi proviene da contesti meno protetti, sostiene, si trova invece a fare i conti con contratti instabili, redditi insufficienti e il timore costante di non essere all’altezza.

La giovane contrappone questa situazione alla cura che lei stessa cerca di garantire agli animali del canile, anche quando il suo stipendio non le permette di arrivare serenamente alla fine del mese. Da qui nasce una domanda rivolta ai detentori del potere: come può chi possiede meno essere disposto a condividere tutto, mentre chi ha maggiori responsabilità appare, ai suoi occhi, incapace di mostrare la stessa attenzione verso gli altri?


Istituzioni lontane dai cittadini

La critica non risparmia nessuna area politica. Nella lettera vengono citati il governo guidato da Giorgia Meloni, le dichiarazioni di Roberto Vannacci, le trasformazioni della sinistra e i numerosi scandali che, secondo l’autrice, hanno coinvolto esponenti di schieramenti diversi. Il problema, precisa, non sarebbe riconducibile a un solo partito, ma a un’intera classe dirigente percepita come distante e concentrata sulla propria conservazione.

Nel mirino finiscono anche i privilegi della politica e quelli attribuiti alla Chiesa. Arienzo contesta l’esistenza di vantaggi e trattamenti considerati incompatibili con le difficoltà affrontate dalle famiglie, comprese le forme di rendita garantite a chi ha ricoperto incarichi pubblici. La domanda che rivolge a chi governa è diretta: “Come potete guardare negli occhi un padre di famiglia che non sa come sfamare i propri figli?”.


Giustizia e sanità a due velocità

Un altro passaggio riguarda la fiducia nelle istituzioni giudiziarie. La ragazza descrive un sistema che, a suo giudizio, sarebbe severo con le persone più fragili e indulgente con i potenti. Richiama la morte di David Rossi, la vicenda della strage di Erba e i casi di persone rimaste in carcere per anni, presentandoli come esempi di dubbi, errori investigativi o verità non pienamente chiarite.

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La stessa distanza viene ravvisata nell’assistenza sanitaria. Mentre per personalità influenti interi reparti sembrerebbero attivarsi rapidamente, i cittadini comuni possono attendere mesi o anni per una visita o un esame. La lettera denuncia così una sanità percepita come divisa tra chi dispone di denaro, relazioni o protezioni e chi non possiede nessuno di questi strumenti.


La paura di un Paese senza speranza

Per Arienzo, il risultato di questa situazione è l’allontanamento dei giovani dalla politica e dalla religione. Le istituzioni civili e spirituali, sostiene, avrebbero perso credibilità perché troppo impegnate a difendere sé stesse. Il richiamo è all’articolo 3 della Costituzione, che riconosce la pari dignità sociale e affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano libertà e uguaglianza.

La parte più drammatica della lettera riguarda il peso psicologico dell’incertezza. L’angoscia per il futuro, scrive la giovane, non dovrebbe essere liquidata come una fragilità personale, ma letta anche come il segnale di un fallimento collettivo. Quando un ragazzo arriva a togliersi la vita perché schiacciato dalla paura di non farcela, secondo Arienzo non si tratta soltanto di una tragedia privata, ma della sconfitta di un’intera comunità.

La ragazza non sostiene che una singola lettera possa trasformare il Paese. Chiede però attenzione: ai lettori ricorda che la paura non è vissuta da soli, alle redazioni domanda di dare spazio alle esperienze dei giovani e ai parlamentari rivolge un ultimo appello: “Il nostro futuro non è un dibattito televisivo: è la nostra vita”.

Il desiderio conclusivo è quello di un’Italia in cui restare non sia una condanna né l’unica alternativa alla fuga. Un Paese dove, accanto alla possibilità di lavorare e lottare, esista anche quella di vivere con dignità.

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