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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Giovani e proteste, il disagio non diventi propaganda

Le piazze chiedono salari, case e servizi: partiti e governo devono rispondere senza confondere protesta pacifica e violenza.

Le proteste giovanili in Europa stanno portando al centro salari, abitazioni, istruzione e prospettive di lavoro. Il tema politico è impedire che questo disagio venga trasformato in propaganda contro l’Occidente o liquidato soltanto come un problema di ordine pubblico.

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Le richieste oltre gli slogan

Le manifestazioni del 31 ottobre hanno mostrato una domanda concreta. In Germania, cortei organizzati in 34 città hanno riunito il rifiuto della leva, la richiesta di una scuola migliore e la contestazione del caro vita. In Francia, studenti e sindacati hanno denunciato il costo delle spese quotidiane e le difficoltà dei servizi pubblici.

Un giovane che reclama uno stipendio dignitoso non sta chiedendo di abbandonare l’Ucraina. Allo stesso modo, una studentessa in difficoltà con l’affitto non sostiene per questo la distruzione di Israele. Secondo questa lettura, la politica dovrebbe scegliere se affrontare le richieste sociali o usarle per alimentare campagne ideologiche.

Le violenze e i saccheggi registrati in diverse città, da Francoforte a Milano e da Parigi a Torino, non possono però trasformare chi devasta in portavoce di un’intera generazione. Il governo deve verificare eventuali interferenze, perseguire minacce e aggressioni e, allo stesso tempo, tutelare chi manifesta senza commettere reati.

Una risposta indiscriminata della polizia finirebbe per rafforzare i gruppi estremisti. In Italia, alcune organizzazioni riconducono ogni problema a un’accusa contro l’Occidente: i bassi salari diventano una ragione per contestare la difesa europea, mentre il disagio sociale viene collegato alla mobilitazione contro Israele. La critica riguarda anche chi vorrebbe lasciare l’Ucraina priva di sostegno o chi celebra il 7 ottobre, considerato dall’autore un modo per giustificare il massacro e non per difendere i palestinesi.


Casa e lavoro al centro

Il nodo più concreto resta quello delle opportunità. Paloma Lopez-Garcia, direttrice dell’IEP Bocconi, ha osservato in uno studio recente che la casa svolge contemporaneamente la funzione di bene necessario e di patrimonio. L’aumento dei prezzi favorisce chi possiede già un immobile e rende più difficile l’autonomia per chi deve ancora comprarlo o trovare un alloggio accessibile.

Quando una persona non può vivere vicino al luogo in cui lavora, anche le sue competenze rischiano di non trovare spazio. La scarsità di abitazioni a prezzi sostenibili riduce la mobilità, limita le occasioni e può frenare la crescita.

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Una politica rivolta ai giovani dovrebbe quindi aumentare l’offerta abitativa, migliorare l’istruzione, ridurre il peso delle rendite, rendere l’accesso al lavoro meno legato alle relazioni familiari e sostenere investimenti e produttività. Non bastano sussidi o promesse generiche: servono obiettivi controllabili, risorse indicate e rappresentanti chiamati a rispondere delle proprie scelte.

Questo implica per i partiti, sia al governo sia all’opposizione, una revisione delle priorità. Dovrebbero mettere in discussione anche le rendite presenti nei rispettivi bacini elettorali e spostare fondi nella spesa pubblica, senza trasferire alle generazioni future il prezzo della difesa degli equilibri attuali.


Il ruolo della politica e dei giornali

Anche l’informazione dovrebbe evitare due rappresentazioni opposte: i ragazzi descritti soltanto come una minaccia per l’ordine pubblico oppure trattati come una generazione da assecondare senza discussione. Dario Di Vico ha indicato su X, come rara eccezione, il fondo di Ernesto Galli della Loggia dedicato ai «giovani ribelli». A suo giudizio, prevalgono invece «cronache delle operazioni di polizia e interviste zuccherose».

Prendere sul serio le proteste significa chiedere quali soluzioni vengano proposte, quanto costino e quali interessi siano destinati a sostenerne il peso. Il disagio non dovrebbe essere arruolato da gruppi antagonisti, palestinisti o favorevoli a Vladimir Putin, ma neppure ignorato da chi si limita a invocare il ritorno alla normalità.

L’autore invita a non definire liberali questi giovani senza il loro consenso. L’obiettivo, piuttosto, dovrebbe essere dimostrare che una politica liberale può offrire indipendenza e sicurezza senza chiudere l’accesso alla casa, allo studio e al lavoro.

Alla destra viene chiesto di riconoscere che l’ordine pubblico non paga un affitto; alla sinistra, che una manifestazione non equivale automaticamente a rappresentanza. Se governo e partiti eviteranno di rispondere su quali interessi siano pronti a mettere in discussione, la sfiducia potrà essere sfruttata da chi vuole trasformarla in ostilità verso la democrazia. L’autore invita infine a non considerare il «movimento del 2006» soltanto un episodio passeggero.

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