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Attualità 3 min di lettura35 min fa

Swift finirà nell’atmosfera: la Nasa segue il rientro

L’osservatorio, senza propellente, scende sotto i 300 chilometri: l’Italia è esclusa dalle aree considerate a rischio.

Il telescopio spaziale Swift rientrerà nell’atmosfera terrestre intorno a venerdì 6 novembre, senza possibilità di controllo da Terra. La Nasa segue la discesa insieme alla Space Force statunitense, che potrà comunicare eventuali pericoli per le zone abitate con circa un’ora di anticipo.

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Le aree interessate dalla caduta

Dopo il lancio del 20 novembre 2004, Swift ha lavorato per lo più a 600 chilometri dalla superficie. Ora la sua orbita è scesa sotto i 300 chilometri. L’osservatorio pesa circa una tonnellata e mezza e, durante il passaggio nell’atmosfera, dovrebbe perdere gran parte della propria struttura.

Non si può però escludere che alcuni elementi resistenti arrivino al suolo. Tra i materiali citati ci sono componenti in tungsteno e parti degli specchi. Le traiettorie compatibili con la caduta comprendono aree dell’Africa, dell’Australia, dell’India, del Sud-est asiatico e dell’America centrale e meridionale; la maggior parte dei frammenti dovrebbe comunque finire in mare. Gli esperti non prevedono rischi per l’Italia.


Perché Swift ha perso quota

L’abbassamento dell’orbita è stato accelerato dalle fasi di intensa attività solare degli ultimi anni. Quando il Sole è più attivo, gli strati superiori dell’atmosfera si dilatano e diventano più densi anche a grandi altitudini. Swift ha così incontrato una resistenza maggiore, perdendo progressivamente energia e altezza.

Circa un anno fa la Nasa aveva affidato a Katalyst Space un tentativo di recupero da 30 milioni di dollari. Il robot Link, lanciato a luglio e dotato di tre braccia, avrebbe dovuto raggiungere il telescopio, agganciarlo e riportarlo verso un’orbita più alta. Non è riuscito ad avvicinarsi oltre 12-15 chilometri, ha iniziato a ruotare e l’operazione è fallita; il dispositivo è rientrato a settembre.

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Swift ha continuato a raccogliere dati per qualche tempo, ma alla fine di ottobre la quota era diventata insufficiente per mantenere le condizioni necessarie alle osservazioni. I sistemi sono stati quindi disattivati. In 22 anni la missione ha registrato più di 2.000 lampi di raggi gamma e circa 1.400 esplosioni stellari, oltre a studiare comete, asteroidi e buchi neri.


La crescita dei rientri spaziali

Il caso del telescopio si aggiunge all’aumento dei materiali artificiali che tornano sulla Terra. Nel 2025 sono rientrate circa 430 tonnellate tra satelliti, razzi e altri oggetti orbitanti: oltre una tonnellata al giorno, quattro volte il dato del 2020 e sei volte quello del 2010. Alla crescita contribuisce l’espansione delle costellazioni satellitari, compresa quella di Elon Musk, che supera i 10mila satelliti e per la quale è stato presentato anche un progetto da un milione di unità destinato a una rete di centri dati spaziali.

John Nousek, astronomo della Pennsylvania State University e responsabile del gruppo di controllo della missione, ha spiegato: «Fin da prima del lancio sapevamo che questo giorno sarebbe arrivato. Almeno in orbita terrestre bassa, tutto ciò che sale deve prima o poi ridiscendere. E quel rientro è inevitabilmente distruttivo».

Secondo le stime della Federal Aviation Administration statunitense, dal 2035 la probabilità annuale che una persona muoia colpita da detriti spaziali potrebbe arrivare al 61%. Per un aereo in volo la valutazione è di sette casi ogni 10mila. Finora è noto un solo ferimento: nel 1997, in Oklahoma, una donna fu colpita lievemente in un parco da un frammento di razzo grande quanto una lattina.

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