Gaza, il conflitto arriva al punto di svolta: cosa è successo in 1.096 giorni
Dall’assalto del 7 ottobre alle operazioni a Gaza, alle tregue e all’allargamento dello scontro in Medio Oriente: la sequenza degli eventi principali.
L’operazione israeliana nell’ospedale Al Shifa e il ritrovamento dei resti di Shani Louk sono tra gli episodi che hanno segnato le prime settimane della guerra a Gaza. Il conflitto, iniziato dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ha coinvolto progressivamente anche Libano, Yemen, Iran e Siria, mentre la diplomazia internazionale cercava una via per fermare le armi.
Al Shifa al centro delle operazioni
L’esercito israeliano ha condotto un’operazione all’interno di Al Shifa, il principale complesso ospedaliero della Striscia. Secondo le forze armate israeliane, la struttura sarebbe stata utilizzata da Hamas come centro operativo; l’intervento militare si è protratto per diversi giorni.
L’azione ha alimentato le polemiche sul ruolo degli ospedali nel conflitto e sulle condizioni della popolazione civile palestinese, già sottoposta a bombardamenti e assedio. La vicenda di Al Shifa si è inserita in una fase in cui Gaza era ormai divisa tra il nord, teatro delle operazioni terrestri, e le aree meridionali verso cui erano stati spinti molti civili.
Il destino di Shani Louk
A Gaza è stato recuperato anche il corpo di Shani Louk, cittadina israelo-tedesca che si riteneva fosse stata catturata durante l’assalto al festival musicale Nova. Un filmato della giovane, distesa sul retro di un veicolo dei miliziani palestinesi, aveva fatto il giro del mondo nelle ore successive all’attacco.
Il festival era stato preso di mira nelle prime ore dell’offensiva di Hamas, insieme a diversi kibbutz e centri abitati vicini alla Striscia. La morte di Louk è diventata uno dei simboli della violenza che ha accompagnato l’irruzione del 7 ottobre.
Il bilancio dell’attacco iniziale
Quel giorno circa 3mila uomini di Hamas hanno oltrepassato la barriera tra Gaza e Israele utilizzando mezzi diversi, tra cui automobili, motociclette e parapendii a motore. Nello stesso momento sono stati lanciati più di 5mila razzi, arrivati fino all’area di Tel Aviv.
L’attacco ha provocato più di 1.200 morti israeliani e la cattura di 251 persone, trasferite nella Striscia. Tra i dispersi figuravano anche tre cittadini italo-israeliani. Hezbollah, dal Libano, ha aperto a sua volta il fronte settentrionale con il lancio di razzi contro Israele.
La risposta di Israele e il sostegno Usa
Benjamin Netanyahu ha proclamato lo stato di guerra e richiamato circa 300mila riservisti. È quindi partita l’operazione militare denominata “Spade di ferro”, accompagnata dai bombardamenti sulla Striscia e dall’assedio.
L’11 ottobre il premier ha formato un esecutivo di emergenza e ha chiesto ai residenti del nord di Gaza di spostarsi verso sud. La Casa Bianca, attraverso Joe Biden, ha ribadito il sostegno a Israele e annunciato l’invio di aiuti militari, affiancandolo alla promessa di assistenza umanitaria per la popolazione palestinese. Washington ha riconosciuto il diritto israeliano a reagire, invitando però il governo a evitare gli errori commessi dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre.
Ostaggi, evacuazioni e prima tregua
Hamas ha liberato inizialmente Judith e Natalie Raanan, madre e figlia israelo-americane, motivando la decisione con ragioni umanitarie. Il 23 ottobre sono state rilasciate anche Yocheved Lifshitz, 85 anni, e Nurit Cooper, 79 anni.
In seguito il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato la morte dei tre cittadini italo-israeliani inizialmente considerati dispersi. Tra le ultime vittime identificate c’erano Nir Forti, 29 anni, presente al Nova Festival, e Liliach Le Havron, uccisa nel kibbutz di Béeri insieme al marito Eviatar Moshe Kipnis.
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Le operazioni di terra israeliane hanno puntato a separare Gaza City e il settore settentrionale dal resto della Striscia. Dal valico di Rafah sono passati cittadini stranieri, persone con doppia nazionalità e malati gravi, mentre per la maggior parte degli abitanti di Gaza non era disponibile una via d’uscita.
A fine novembre è entrata in vigore una pausa negoziata da Qatar, Egitto e Stati Uniti. La sospensione, prevista inizialmente per quattro giorni, è stata prorogata fino al primo dicembre e ha consentito la liberazione di 105 ostaggi in cambio di circa 240 detenuti palestinesi. Con la conclusione della tregua, i combattimenti sono ripresi e l’area di Khan Younis è diventata uno dei principali obiettivi dell’offensiva israeliana.
Il conflitto oltre Gaza
Nel frattempo, gli Houthi dello Yemen hanno sequestrato la nave mercantile “Galaxy Leader”, legata a una società israeliana e registrata alle Bahamas. Il gruppo ha dichiarato di voler colpire le imbarcazioni riconducibili a Israele o ai suoi interessi finché non fossero terminate le operazioni nella Striscia.
La guerra ha prodotto conseguenze anche sul piano regionale. Israele ha condotto raid in Libano, Yemen e Siria; tra gli episodi più rilevanti figurano l’uccisione a Beirut di Saleh Arouri, numero due dell’ufficio politico di Hamas, e i bombardamenti nel cuore di Damasco e Doha. Nella fase successiva sono stati eliminati anche importanti esponenti di Hamas e Hezbollah, tra cui Ismail Haniyeh, Mohammed Deif, Yahya Sinwar e Hassan Nasrallah.
Pressione internazionale e nuove vittime
Il Sudafrica ha portato Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia con un’accusa di genocidio, chiedendo la cessazione immediata delle operazioni nella Striscia. Secondo Pretoria, le azioni israeliane avrebbero avuto l’obiettivo di distruggere, in tutto o in parte, la popolazione palestinese di Gaza.
A Rafah, nel sud dell’enclave, Netanyahu ha ordinato l’allontanamento dei civili in previsione di nuove operazioni dell’esercito. Il 12 febbraio le forze israeliane hanno liberato due ostaggi: Fernando Simon Marman, 60 anni, e Louis Har, 70 anni.
Un altro episodio controverso si è verificato durante la distribuzione di aiuti: oltre 100 persone sono morte e più di 700 sono rimaste ferite mentre una folla circondava una colonna di camion. Hamas ha accusato i soldati israeliani di avere aperto il fuoco; Israele ha attribuito invece le vittime alla calca.
Marwan Issa, considerato il numero tre di Hamas a Gaza e vicecomandante delle Brigate Qassam, è stato ucciso in un attacco nella zona di Nuseirat. Il 26 marzo l’Idf ha confermato l’eliminazione, riferendo che nel raid era morto anche un altro comandante.
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato una risoluzione per il cessate il fuoco, la liberazione immediata degli ostaggi e un maggiore accesso degli aiuti umanitari alla Striscia. Nel frattempo, la guerra ha attraversato due tregue, ha riacceso lo scontro tra Iran e Israele durante la “guerra dei 12 giorni” del giugno 2025 e ha lasciato emergere interrogativi sulle falle dei servizi di sicurezza israeliani.
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