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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Gaza, 1.096 giorni di guerra: dagli ostaggi alle falle di Israele

L’attacco del 7 ottobre ha aperto un conflitto regionale segnato da tregue, raid, vittime civili, liberazioni di ostaggi e scontri oltre i confini della Striscia.

La guerra iniziata il 7 ottobre 2023 ha superato i 1.096 giorni, trasformandosi da attacco contro Israele a crisi regionale. Gaza è stata sottoposta a bombardamenti e operazioni terrestri, mentre il confronto si è esteso a Libano, Yemen, Siria, Qatar e Iran. Nel frattempo, le trattative hanno portato a due pause nei combattimenti e alla liberazione di ostaggi e detenuti.


Il conflitto si allarga oltre Gaza

Uno dei primi segnali dell’espansione della guerra è arrivato dal Libano, con Hezbollah impegnato nel lancio di razzi contro il nord di Israele. In Yemen, invece, gli Houthi hanno sequestrato la nave mercantile Galaxy Leader, annunciando attacchi contro imbarcazioni legate a Israele fino alla conclusione delle ostilità nella Striscia.

Il confronto ha coinvolto anche obiettivi e figure di primo piano fuori da Gaza. Un raid a Beirut ha ucciso Saleh Arouri, vice responsabile dell’ufficio politico di Hamas e comandante dell’ala militare del gruppo in Cisgiordania. In seguito, sono stati colpiti esponenti di Hamas e Hezbollah, tra cui Ismail Haniyeh, Mohammed Deif, Yahya Sinwar e Hassan Nasrallah; Israele ha inoltre effettuato bombardamenti a Damasco e Doha.

A giugno 2025, lo scontro diretto tra Israele e Iran ha dato vita alla cosiddetta “guerra dei 12 giorni”, aumentando il timore di un conflitto su scala ancora più ampia. Nel frattempo, il Sudafrica ha portato Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia con un’accusa di genocidio, chiedendo la sospensione immediata delle operazioni militari.


Le tregue tra ostaggi e detenuti

La prima pausa è stata raggiunta alla fine di novembre 2023 grazie alla mediazione di Qatar, Egitto e Stati Uniti. In origine prevista per quattro giorni, è stata estesa fino al primo dicembre: durante quel periodo Hamas ha consegnato 105 ostaggi, mentre circa 240 detenuti palestinesi sono stati liberati.

Tra le persone rilasciate figuravano Judith e Natalie Raanan, madre e figlia israelo-statunitensi, e le israeliane Yocheved Lifshitz, di 85 anni, e Nurit Cooper, di 79. Nel febbraio successivo, un’operazione israeliana a Rafah ha permesso di liberare Fernando Simon Marman, 60 anni, e Louis Har, 70 anni.

La tregua non ha però fermato il conflitto. Alla ripresa dei combattimenti, le forze israeliane hanno concentrato l’offensiva su Khan Younis, mentre l’area di Rafah è stata indicata come possibile teatro di nuove operazioni. Il governo israeliano ha quindi ordinato ai civili di lasciare la zona meridionale della Striscia.


Dall’assalto iniziale all’offensiva

All’alba del 7 ottobre, durante lo Shabbat e l’ultima giornata di Sukkot, circa 3.000 miliziani di Hamas hanno superato la barriera tra Gaza e Israele utilizzando veicoli, motociclette e parapendii a motore. Le incursioni hanno raggiunto kibbutz e centri abitati vicini, oltre al festival musicale Nova, dove si trovavano migliaia di giovani.

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Nelle stesse ore sono stati lanciati più di 5.000 razzi, arrivati fino all’area di Tel Aviv. L’attacco ha provocato oltre 1.200 morti israeliani e il rapimento di 251 persone, trasferite nella Striscia; tra i dispersi c’erano anche tre cittadini italo-israeliani. Il premier Benjamin Netanyahu ha proclamato lo stato di guerra, mentre Israele ha richiamato circa 300.000 riservisti e avviato l’operazione “Spade di ferro”.

Pochi giorni dopo, Netanyahu ha annunciato la formazione di un esecutivo di emergenza e ha chiesto agli abitanti del nord di Gaza di spostarsi verso sud. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden è andato in Israele, confermando il sostegno di Washington e l’invio di aiuti militari e umanitari. Gli Stati Uniti hanno riconosciuto il diritto israeliano alla risposta, invitando però il governo a evitare gli errori commessi dagli stessi americani dopo l’11 settembre.

A fine ottobre è iniziata l’offensiva terrestre, con l’obiettivo di separare Gaza City e il nord della Striscia dall’area meridionale. Dal valico di Rafah sono usciti cittadini stranieri, persone con doppia cittadinanza e malati gravi, mentre per la maggior parte della popolazione palestinese non sono state previste vie di fuga.


Vittime, accuse e svolte militari

L’esercito israeliano ha condotto un’operazione nell’ospedale Al Shifa, sostenendo che la struttura fosse utilizzata da Hamas come base. In seguito ha ammesso l’uccisione accidentale di tre ostaggi, Yotam Haim, Samer Fouad al-Talalka e Alon Lulu Shamriz, scambiati dai soldati per combattenti del gruppo palestinese.

A Gaza è stato ritrovato anche il corpo di Shani Louk, cittadina israelo-tedesca vista in un filmato diffuso dopo l’assalto al festival Nova. Nel febbraio 2024, durante un’azione a Rafah, le forze israeliane hanno invece liberato due ostaggi.

Un altro episodio controverso ha riguardato una colonna di camion carichi di aiuti: nella Striscia oltre 100 civili sono morti e più di 700 sono rimasti feriti. Hamas ha attribuito le vittime agli spari dell’esercito israeliano; Israele ha sostenuto che i decessi fossero dovuti alla calca formatasi attorno ai mezzi.

Nel marzo 2024 Israele ha annunciato l’uccisione di Marwan Issa, considerato il numero tre di Hamas a Gaza e vicecomandante delle Brigate Qassam. Il raid, condotto nell’area di Nuseirat, avrebbe ucciso anche un altro comandante del gruppo. Nello stesso periodo, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione per il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi e un maggiore accesso agli aiuti umanitari.

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