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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Garlasco, il test negativo che pesa sui reperti del Ris

Un appunto del 2007 e nuove carte interne riportano alla luce verifiche mai inserite negli atti sul pedale della bicicletta di Alberto Stasi.

La vicenda dei reperti conservati al Ris di Parma assume nuovi contorni dopo il ritrovamento di una relazione interna sull’ordine di distruzione impartito nel settembre 2016. Secondo quanto riferito alla procura di Pavia, il capitano Alberto Marino avrebbe disposto autonomamente l’eliminazione dei campioni, appena assunto il comando della sezione di Biologia.

Il comandante Donghi aveva spiegato agli inquirenti che si trattava di materiali intermedi, non destinati a essere conservati per un periodo indefinito. Tuttavia, in un documento interno emerso soltanto ora, lo stesso Donghi avrebbe indicato Marino come responsabile diretto della decisione; sei anni dopo, i giudici avrebbero ordinato la distruzione dei reperti.


L’ombra sulle verifiche mai depositate

Il ruolo di Marino torna anche in un altro passaggio dell’inchiesta. Nel 2009, durante il processo a Stasi, il capitano suggerì al perito del Tribunale Carlo Robino di non eseguire un esame immunologico, analogo all’OBTI, sostenendo che «il campione è esiguo».

Due anni prima, il consulente della difesa Matteo Fabbri aveva chiesto che sulle tracce dei pedali venisse svolta una diagnosi di specie, cioè un accertamento per stabilire se il materiale fosse sangue. Marino prese atto della richiesta, ma non procedette su una nuova traccia nel frattempo prelevata dalla bicicletta: anche quel reperto sarebbe poi risultato negativo all’analisi genetica.


Il foglio del 20 settembre 2007

La nuova carta riguarda una bicicletta Umberto Dei appartenuta ad Alberto Stasi e porta la data 20-9-07. Quel giorno, nei laboratori del Ris di Parma, Marino annotò a mano l’esito dei controlli eseguiti sui pedali, dopo che il giorno precedente uno dei campioni aveva restituito 2,78 nanogrammi di Dna attribuito a Chiara Poggi.

L’annotazione distingue i due pedali. Su quello con la vite destrorsa vengono indicate almeno due piccole tracce brunastre, risultate positive al combur test, una verifica preliminare per individuare possibili residui ematici. Anche sul pedale con la vite sinistrorsa viene descritta una traccia bruna sulla zigrinatura, inizialmente positiva allo stesso esame.

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L’esito che non compare negli atti

La parte decisiva dell’appunto riguarda proprio quest’ultimo campione. Dopo il primo risultato del combur test, il reperto fu sottoposto all’OBTI, l’analisi specifica per verificare la presenza di sangue, ma l’esito fu negativo: nessuna conferma della natura ematica della traccia.

Nel tardo pomeriggio della stessa giornata Marino eseguì inoltre due controanalisi sul campione che il giorno precedente aveva evidenziato il Dna di Chiara Poggi. Entrambe diedero risultato negativo, ma quei dati non furono inseriti nella documentazione processuale e la loro esistenza è emersa soltanto attraverso l’esame recente dei dati grezzi.


Una richiesta rimasta senza seguito

Il 25 settembre, mentre Stasi si trovava ancora in carcere in attesa della convalida, Fabbri mise a verbale la richiesta di un esame di specie sulle tracce recuperate dai pedali. L’accertamento avrebbe avuto la stessa finalità dell’OBTI, cioè verificare se il materiale individuato fosse effettivamente sangue.

La richiesta non portò però all’analisi indicata. Marino scelse di cercare il Dna su un’altra traccia prelevata nel frattempo dalla bicicletta, con esito negativo anche in quel caso. Il successivo ritrovamento dell’appunto e delle controanalisi ha aggiunto un elemento finora assente dalle relazioni note sul caso Garlasco.

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