Garlasco, il DNA sulla bici di Stasi torna al centro: il nodo delle date
I dati del Ris di Parma riaccendono il confronto sulla traccia genetica di Chiara Poggi: per il consulente della famiglia non ci fu alcun doppio esito negativo.
La nuova analisi dei documenti sul delitto di Garlasco riporta l’attenzione sulla bicicletta di Alberto Stasi e sulla traccia genetica attribuita a Chiara Poggi. Al centro della discussione non c’è soltanto il risultato dei test, ma soprattutto il modo in cui sono state registrate le date delle diverse analisi effettuate nel settembre 2007.
Secondo Marzio Capra, consulente della famiglia Poggi e presente sin dalle prime fasi dell’inchiesta, le verifiche non avrebbero prodotto due risultati contraddittori. I dati originali, consegnati dal Ris di Parma alla Procura di Pavia lo scorso novembre, sono ora esaminati nell’ambito dell’indagine riaperta sull’omicidio del 13 agosto 2007.
Il nodo delle date nei documenti
La difesa di Alberto Stasi ha contestato la ricostruzione delle analisi attraverso una propria consulenza. La tesi è che, dopo un primo esito positivo del 19 settembre 2007, due verifiche svolte il giorno seguente avrebbero escluso la presenza di materiale genetico utile sulla bicicletta. Quel dato, secondo la ricostruzione della difesa, non sarebbe stato valorizzato nell’inchiesta dell’epoca.
Capra offre però una lettura diversa. Nei file messi a disposizione della Procura, spiega, le attività non sarebbero ordinate in base al giorno in cui il campione venne analizzato, ma secondo la data dell’ultima modifica informatica. Per questo, l’esito indicato come riferito al 20 settembre sarebbe in realtà collegato a una prova avviata il 10 settembre, quando il campione risultava ancora inutilizzabile.
Il consulente della famiglia sostiene che la distinzione sia decisiva: la data effettiva della lavorazione, definita data di esecuzione, precederebbe infatti di dieci giorni quella riportata nel file modificato. La stessa incongruenza, secondo quanto riferito, sarebbe stata rilevata anche dal consulente della Procura di Pavia, Carlo Previderè.
Prima il tentativo fallito, poi il profilo
La prima procedura del 10 settembre non aveva prodotto un risultato interpretabile. Nei giorni successivi gli specialisti del Ris di Parma avrebbero lavorato per rendere il materiale più adatto all’esame, fino alla sessione del 19 settembre.
In quell’occasione una delle prove si sarebbe interrotta per un problema del macchinario, lasciando un profilo parziale compatibile con Chiara Poggi per sei marcatori genetici. Il campione venne quindi analizzato nuovamente: secondo Capra, due risultati completi mostrarono la corrispondenza con la vittima per 15 marcatori.
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Il Ris, allora diretto dal generale Luciano Garofano, avrebbe comunque eseguito un ulteriore tentativo sul materiale già lavorato. Quella verifica non avrebbe fornito un profilo confrontabile, ma sarebbe stata riferita al campione sottoposto alla prima procedura, non alla successiva analisi positiva.
“Quello che conta è la data di esecuzione: la relazione del Ris conferma che, dopo un primo risultato negativo, l’ultimo esito restituisce il Dna della vittima sulla bicicletta di Alberto Stasi”, sostiene Capra nella sua ricostruzione.
La traccia non chiude il caso
La presenza del materiale genetico di Chiara Poggi sulla bicicletta non viene considerata, da sola, una prova sufficiente per stabilire la responsabilità di Stasi. L’ex fidanzato della vittima era stato assolto nei primi due gradi di giudizio, mentre la Cassazione aveva attribuito a quella traccia un peso limitato rispetto all’insieme degli elementi utilizzati per arrivare, nel 2015, alla condanna definitiva a 16 anni di reclusione.
La questione riguarda quindi la lettura di un elemento già presente negli atti e non l’emersione di una nuova prova autonoma. Il confronto tra le parti si concentra sulla sequenza delle operazioni, sulla corretta interpretazione dei file e sul significato da attribuire ai diversi tentativi di analisi.
A prendere le distanze dalla vicenda è anche Giorgio Portera, già carabiniere del Ris di Parma. L’ex militare nega di avere eseguito personalmente l’esame genetico o di avere valutato i profili relativi al delitto di Garlasco.
Portera riconduce il proprio nome soltanto alla registrazione di un accesso effettuato con la sua utenza durante l’ultima fase della procedura. Precisa che si sarebbe trattato del caricamento sul sequenziatore di un campione già preparato da altri e aggiunge di non poter stabilire se l’operazione sia stata compiuta da lui oppure da un collega entrato nello strumento utilizzando le sue credenziali.
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