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Attualità 3 min di lettura56 min fa

Galardi, Torino e il riscatto: quando la cucina sfida il fallimento

Nella raccolta Storie minime la città, i desideri e le ferite dell’autore diventano un percorso di resistenza tra ironia, memoria e gesti quotidiani.

C’è una ferita originaria al centro di Storie minime: quella di un ragazzo a cui viene detto che non è capace. Da quel giudizio, Raffaele Galardi ricava una raccolta di racconti di formazione che attraversa Torino, i rapporti sentimentali, il sesso, la scuola e la cucina, con una scrittura insieme aspra, malinconica e attraversata dall’ironia. Il libro è pubblicato da Scrittura pura.


Una città piena di domande

Torino non fa soltanto da sfondo alle storie. È una presenza concreta, fatta di periferie, strade, umidità e memorie, ma anche di un centro verso il quale nel tempo si sono avvicinate le esistenze nate ai margini. Nell’immaginario di Galardi, il capoluogo piemontese conserva il respiro postindustriale e tardo-malinconico degli ultimi trent’anni, con un’eco che in alcuni passaggi richiama anche Parigi.

L’uomo e la donna che si incontrano nei racconti compongono un itinerario sentimentale e personale, forse autobiografico, segnato da desideri, esitazioni e tentativi di emancipazione. A governare molti personaggi è una condizione esistenziale che non offre risposte definitive: ogni esperienza diventa un modo per interrogare il mondo e, nello stesso tempo, per sopportarlo.

Nel racconto La peste, il protagonista viene definito attraverso una formula netta: «Era un’esistenzialista». Subito dopo, questa disposizione viene collegata alla sua capacità di trasformare ogni dettaglio in un problema aperto: «ogni pietra, ogni odore di umido e memoria, ogni parassita agli angoli della strada, diventava una domanda sospesa».


Ironia contro le vecchie sconfitte

La raccolta procede per scarti improvvisi, riflessi deformati e situazioni in cui il comico non cancella il dolore, ma lo rende più visibile. In La vendetta di Rufu, il vuoto dell’esistenza assume una tonalità rancorosa e lascia affiorare anche un atteggiamento misogino. Altrove, durante un rapporto sessuale, un personaggio si osserva nello specchio e incontra le figure delle proprie insicurezze.

Il Fantasma dell’Insicurezza Adolescente porta ancora l’apparecchio; quello del Fallimento Professionale si presenta con un curriculum composto da corsi non terminati; il Fantasma del Primo Amore vive a Bologna e diffonde frasi motivazionali prive di efficacia. Franz li guarda, li riconosce e ride: la risata diventa così una forma di distanza da ciò che continua a perseguitarlo.

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La ferita più esplicita arriva però nel racconto che dà il nome al volume. A sedici anni, Raffaele viene messo davanti alla classe dall’insegnante, dopo la correzione di un compito, e si sente dire: «Non sei capace». L’episodio non resta confinato al passato: attraverso una costruzione narrativa che riflette il libro dentro il libro, quella umiliazione sembra trasformarsi in una risposta tardiva, affidata alla scrittura.


La cucina diventa riscatto

La reazione al giudizio scolastico passa dalla raccolta ostinata di ciò che normalmente viene trascurato. Il protagonista impara a ordinare il rumore, a montare il caos e a dare forma alle esperienze, fino a costruire lentamente il libro stesso. La resistenza non viene presentata come un gesto eroico, ma come una pratica paziente e metodica.

In questo percorso la cucina occupa un posto decisivo. È un altro elemento legato alla biografia di Galardi, cuoco ricercato e oggi impegnato anche nella preparazione di pasti caldi per persone in difficoltà. Nei racconti, il cibo non è un semplice dettaglio domestico: diventa uno strumento di seduzione, invenzione e riscatto.

Fefé riesce a trasformare ogni cena in qualcosa di incantato: «le tagliatelle si arrendono al suo tocco, il sugo di pomodoro ride sotto le sue dita, le erbe aromatiche si inchinano». Quando cucina davanti a una donna, invece, il gesto assume una precisa dimensione scenica: tagliare, friggere, mescolare e assaggiare compongono una coreografia fatta di controllo e desiderio.

Gli ingredienti, in questa prospettiva, partecipano a un racconto più ampio. La cucina diventa creazione concreta dell’anima, propagazione di un’identità e possibilità di esistere prima ancora di riuscire a definirsi. È qui che le sconfitte sentimentali, scolastiche e professionali trovano una forma inattesa di risposta: non una dichiarazione, ma un gesto ripetuto, preciso e capace di nutrire.

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