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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Franchising, la sfida dei 39 miliardi: perché cresce mentre l’Italia si ferma

Il settore accelera tra inflazione, salari stagnanti e chiusura dei negozi, ma chiede più formazione e regole per evitare iniziative improvvisate.

La crescita del franchising porta con sé anche una responsabilità: spiegare con chiarezza come funziona il modello e impedire che venga usato per dare credibilità a proposte fragili. Enrico Tosco, fondatore e amministratore delegato di Reting Srl, invita gli operatori a costruire un comparto solido e trasparente, capace di tutelare sia chi propone una rete sia chi decide di entrarvi.


Un settore che chiede più consapevolezza

Il tema è stato al centro del Salone del Franchising Milano, svolto dall’1 al 3 ottobre 2026. Per la prima volta Reting Srl ha partecipato come partner per i contenuti, con l’obiettivo di trasformare l’appuntamento in un momento più orientato alla formazione.

La manifestazione ha cercato di superare la dimensione ristretta riservata ai professionisti già attivi, aprendosi a imprenditori, giovani e famiglie interessati a conoscere questa formula. Durante l’apertura sono stati presentati due studi: il primo ha coinvolto circa 2.000 affiliati, mentre il secondo ha analizzato la presenza e l’evoluzione delle donne nell’imprenditoria legata al franchising.

Tosco ha richiamato il dovere degli operatori di garantire qualità e serietà: «Usare la parola franchising per vendere sul mercato proposte che non stanno in piedi è un danno per tutti». Il messaggio riguarda anche la necessità di una maggiore cultura d’impresa, in un mercato dove l’affidabilità delle diverse reti può essere molto variabile.


La crescita sfida la stagnazione

Il quadro economico nel quale il franchising si espande è segnato da retribuzioni ferme, rincari dell’energia e perdita di attività nei centri abitati. Nonostante queste difficoltà, nel 2025 il comparto ha raggiunto 39 miliardi di euro di fatturato, pari all’1,7% del prodotto interno lordo, con un progresso dell’8% rispetto al 2024.

Anche l’occupazione ha mostrato un andamento positivo: secondo Assofranchising, gli addetti sono aumentati del 12% nel 2025. Nell’anno precedente i punti vendita affiliati erano arrivati a 67.275, il 2,2% in più rispetto al dato precedente. Numeri che descrivono un’espansione progressiva, non legata soltanto a una fase temporanea dei mercati.

Per Tosco, il modello può rappresentare una risposta alle difficoltà di un Paese caratterizzato da produttività debole e costi elevati. La sua diffusione riguarda soprattutto ristorazione, servizi alla persona, turismo e commercio al dettaglio: ambiti che, considerati nel loro insieme, valgono quasi il 20% del prodotto interno lordo italiano.

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Costi condivisi e nuove opportunità

Uno dei principali vantaggi indicati dagli operatori riguarda la possibilità di negoziare condizioni comuni per materie prime, servizi e strumenti digitali. Grazie ai volumi della rete, sostiene Tosco, i prezzi possono rimanere più stabili, mentre il singolo esercente rischia di subire direttamente ogni aumento e di perdere clienti se trasferisce i rincari sui listini.

Il responsabile di Reting ritiene inoltre che una gestione organizzata possa permettere di impiegare meno persone, ma con maggiore efficienza e trattamenti economici più solidi rispetto a quelli sostenibili da un’attività indipendente. La questione si collega così al problema della produttività, considerato uno dei limiti strutturali dell’economia italiana.

La stessa logica viene applicata alla crisi dei negozi di quartiere, delle botteghe storiche e dei bar, messi sotto pressione dai costi fissi, dal commercio in rete e da consumi meno concentrati. Secondo Tosco, una rete nazionale può contribuire a riempire gli spazi lasciati vuoti dalle chiusure perché dispone di accordi difficili da ottenere per una piccola impresa isolata.


Per i giovani è una via intermedia

Il franchising intercetta anche chi vorrebbe avviare un’attività, ma teme i rischi dell’impresa autonoma. Per molti giovani la formula offre un compromesso tra il lavoro alle dipendenze e l’imprenditoria senza sostegni, mettendo a disposizione procedure già sperimentate e un marchio riconoscibile.

«Fare impresa fa paura. Farlo col franchising è come avere una scuola d’impresa e un mentore allo stesso tempo», ha spiegato Tosco. L’affiliato conserva un ruolo imprenditoriale, ma può contare su un sistema organizzato; una prospettiva rilevante in un Paese dove più della metà delle nuove imprese non supera i primi cinque anni.

Il settore, dunque, si propone come una possibile alternativa in una fase in cui il lavoro tradizionale offre meno certezze e l’inflazione riduce il valore dei risparmi. Non è una garanzia automatica di successo: la sostenibilità dipende dalla solidità della rete, dalla preparazione di chi aderisce e dalla trasparenza delle condizioni proposte.

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