Falstaff, la musica salva tutto: anche uno striscione fuori posto
A Roma la direzione di Michele Mariotti e un cast di alto livello sostengono l’opera, mentre la regia punta su simboli fin troppo espliciti.
Il vero punto di forza del Falstaff in scena al Teatro dell’Opera di Roma non è la messinscena, ma la musica: l’orchestra, il coro e un cast solido riescono a dare pieno rilievo all’ultimo capolavoro di Verdi, nonostante alcune scelte visive appaiano semplicistiche e poco coerenti.
La regia di Tatjana Gürbaca affronta un’opera che non ha bisogno di essere protetta dalla contemporaneità. Il mondo di Falstaff parla ancora al presente attraverso vanità, desiderio e autoinganno, ma proprio per questo richiede invenzioni capaci di aggiungere livelli, non di rendere esplicito ciò che il testo già comunica.
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Uno slogan al posto del sottotesto
Il momento più rivelatore arriva quando compare uno striscione con la scritta «TREMATE LE STREGHE SON TORNATE». L’alleanza tra le donne di Windsor, il loro spirito di rivalsa e la capacità di ridicolizzare il potere maschile sono già inscritti nella commedia di Shakespeare e nella trasformazione realizzata da Verdi insieme ad Arrigo Boito.
La trovata finisce così per funzionare come una spiegazione aggiunta a un significato già evidente. Il tema dell’emancipazione femminile legata alla magia avrebbe offerto molte strade, dal gioco irriverente alla dimensione più inquietante della vendetta e del sacro. Il riferimento attraversa miti antichi, il cinema di Věra Chytilová e Dario Argento, fino alla rilettura di Luca Guadagnino e alle serie prodotte da Netflix: sul palcoscenico romano, invece, prevale il richiamo immediato e ammiccante.
Costumi vistosi senza una direzione comune
Anche l’impianto visivo dei costumi procede per accostamenti difficili da ricondurre a un’idea unitaria. Completi da tennis, abiti ispirati al mondo dei cacciatori urbani e richiami ad Arancia meccanica producono movimento e colore, ma raramente stabiliscono un rapporto riconoscibile con la partitura o con le parole.
Il rischio è che la modernizzazione si riduca a una successione di segnali. L’archetipo, invece, vive proprio perché non viene consegnato già interpretato: si presenta allo spettatore e lascia spazio alla sua lettura. Nel Falstaff verdiano questo principio è particolarmente importante, perché la comicità convive con una consapevolezza affettuosa delle fragilità umane.
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Un cast che restituisce la grandezza
Sul piano musicale, la serata trova in Luca Salsi un protagonista di notevole spessore. Il suo Falstaff possiede una voce ampia e scura, una dizione nitida e una presenza capace di mantenere intatta la dignità del personaggio, senza trasformarlo in una semplice macchietta.
Marina Monzò dà a Nannetta grazia e seduzione, riuscendo a evocare con il canto un incanto che la scena non sempre sostiene. Maria Agresta costruisce un’Alice elegante e ironica, Violeta Urmana offre a Quickly autorevolezza, Carmen Artaza caratterizza Meg e George Petean rende credibile Ford. Nella recita del 15 ottobre, Pietro Adaíni ha interpretato Fenton con una voce giovane e limpida; completavano la compagnia Carlo Bosi, Paolo Antognetti e Gabriele Sagona.
Mariotti conduce verso il finale
Michele Mariotti accompagna l’Orchestra del Teatro dell’Opera con energia, chiarezza e un senso del ritmo che mette in evidenza la vitalità beffarda della partitura. Il coro preparato da Ciro Visco conferma la qualità dell’insieme e partecipa con precisione ai momenti collettivi.
Nel finale, dopo la parodia della scena culminante del Don Giovanni di Mozart, l’opera approda alla sua conclusione più famosa: «Tutto nel mondo è burla». È come se la musica riuscisse ad assorbire anche le soluzioni registiche meno convincenti, trasformandole in ulteriore materia comica. La lezione di Verdi finisce così per comprendere ogni cosa, persino gli eccessi degli interpreti e lo sguardo severo di chi li giudica.
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