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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Extraprofitti e conti pubblici: la doppia sfida dell’Italia a Bruxelles

Roma cerca alleati per colpire i guadagni delle società energetiche e ottenere margini di spesa più ampi contro l’aumento dei costi di gas, elettricità e carburanti.

La partita europea si gioca su due fronti: da una parte l’ipotesi di un prelievo comune sugli utili straordinari delle aziende energetiche, dall’altra la richiesta italiana di maggiore spazio nei bilanci nazionali. Il tema arriverà al confronto dei ministri finanziari dell’Unione europea previsto venerdì 9 ottobre, in un quadro segnato dal rialzo dei combustibili e dal peso crescente dell’inflazione sulle famiglie.


Roma cerca margini per la spesa

Giorgia Meloni considera prioritaria la possibilità di ottenere regole fiscali meno rigide per affrontare costi che, secondo il governo, gravano sui conti pubblici senza essere il risultato di nuove decisioni di spesa. La premier ha spiegato da Spalato, in Croazia, che l’obiettivo non è disporre di risorse senza vincoli, ma tenere conto dell’impatto di miliardi aggiuntivi che gli Stati potrebbero dover sostenere a causa della crisi energetica.

«È ancora un dibattito lungo, perché per arrivare a risposte di questo tipo si deve trovare una convergenza tra la Commissione e gli Stati membri, ma sicuramente c’è interesse ad ascoltare», ha detto Meloni. La presidente del Consiglio ha inoltre riferito che anche la Grecia si è unita alla richiesta italiana, aumentando il numero dei Paesi interessati a una revisione dei margini di spesa.

La flessibilità di bilancio non figura formalmente nell’agenda dell’Ecofin, ma sarà comunque discussa dai ministri. Bruxelles, però, ritiene di avere già concesso deroghe agli Stati, citando anche la clausola utilizzata dall’Italia per le uscite legate a energia e difesa, sulla quale potrebbe arrivare a breve l’autorizzazione europea.


La tassa divide i governi europei

Sul tavolo ci sarà anche la proposta avanzata da sei Paesi membri, Italia compresa, per introdurre un’imposizione coordinata sugli extraprofitti delle società energetiche. L’Irlanda, che esercita la presidenza di turno dell’Unione, sostiene il ricorso a compensazioni, strumenti d’emergenza e a un prelievo sui guadagni ottenuti in una fase di forte aumento dei prezzi.

«Visti i recenti sviluppi in Medio Oriente, i prezzi dei combustibili fossili che crescono a non finire e il costo della vita che è aumentato in modo significativo, è necessario mitigare le conseguenze negative per cittadini e bisogna tassare le società energetiche», ha affermato Thomas Byrne, ministro agli Affari europei dell’Irlanda.

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La Commissione europea mantiene invece una posizione prudente e ritiene che un’imposta di questo tipo debba essere decisa dai singoli Stati. Tra le misure che l’esecutivo comunitario valuta ci sono la possibile proroga, con eventuali modifiche, del quadro temporaneo sugli aiuti pubblici, un’estensione di un anno della flessibilità sulle esportazioni di metano e la creazione di una task force dedicata alla domanda di energia.


Il precedente che alimenta il pressing

L’Italia preferisce una soluzione europea anche per evitare che un intervento nazionale penalizzi la competitività di gruppi come Eni rispetto ai concorrenti esteri. Un modello esiste già: nel 2022 l’Unione introdusse un contributo di solidarietà sui profitti straordinari dei comparti fossili, fissando almeno il 33% sulla parte di guadagni superiore del 20% alla media degli anni precedenti.

Quella misura portò nelle casse pubbliche circa 28 miliardi tra il 2022 e il 2023. Il documento preparatorio per la riunione di venerdì segnala che oggi il gettito sarebbe probabilmente più contenuto, ma potrebbe comunque offrire ai governi risorse utili per attenuare l’impatto delle bollette di gas ed elettricità.

Nel frattempo, in Italia cresce la pressione delle opposizioni per un intervento immediato a livello nazionale. Gli eurodeputati dei Verdi dell’Unione Cristina Guarda, Ignazio Marino, Leoluca Orlando e Benedetta Scuderi chiedono che a pagare siano le aziende che traggono vantaggio dalla crisi energetica. Anche Elly Schlein ha criticato l’esecutivo, sostenendo che il governo dovrebbe rivolgere la propria attenzione agli italiani alle prese con il caro carburante, anziché alle società petrolifere.

Il confronto europeo resta quindi aperto su entrambe le richieste italiane. La Commissione appare poco propensa sia a creare una tassa comune sugli extraprofitti sia ad ampliare ulteriormente la flessibilità fiscale, ma l’eventuale allargamento del gruppo di Paesi favorevoli potrebbe spingere Bruxelles a rivedere almeno in parte la propria posizione.

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