Europa sotto pressione: perché la “guerra ibrida” non è più invisibile
Droni, sabotaggi e campagne di disinformazione stanno spostando il confine della risposta europea, mentre cresce il confronto su deterrenza e sicurezza comune.
Un Consiglio di sicurezza europeo avrebbe senso soltanto se fosse in grado di assumere decisioni e produrre effetti concreti. È questa la condizione indicata da Beniamino Irdi per evitare che il nuovo organismo si trasformi nell’ennesimo tavolo di confronto senza strumenti operativi.
La sicurezza mette alla prova le democrazie
Secondo Irdi, le democrazie liberali non devono rinunciare ai propri principi, ma prendere atto che una fase eccezionale può imporre un nuovo equilibrio tra interessi diversi. Le procedure ordinarie, dalla tutela giuridica dei beni alla necessità di rispondere agli elettori, possono rallentare decisioni considerate urgenti sul piano strategico.
Lo stesso vale per la trasparenza. Segreto di Stato, apparati di intelligence e strutture dedicate alla sicurezza non possono funzionare con la medesima esposizione pubblica di un ministero. Il problema, sostiene l’esperto, è capire come difendere le regole democratiche quando gli avversari provano a sfruttarle per ridurre la capacità di reazione degli Stati.
Il nodo resta nelle mani dell’Europa
Nel ragionamento sul possibile Consiglio di sicurezza europeo, il punto centrale è la sovranità nazionale: proprio quando si parla di sicurezza, i governi sono meno disponibili a trasferire competenze. L’idea rilanciata da Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre potrebbe quindi funzionare soltanto con poteri reali.
Irdi, nonresident senior fellow del German Marshall Fund e fondatore e ceo di HighGround, affronterà questi temi anche agli “HG Dialogues”, appuntamento previsto il 6 novembre alla Luiss di Roma su sicurezza nazionale e rapporti tra settore pubblico e imprese. L’analisi parte da una domanda decisiva: dove passa il limite oltre il quale un’azione ostile richiede una risposta diversa?
Droni e sabotaggi cambiano scenario
Negli ultimi mesi gli episodi attribuiti alla Russia hanno assunto caratteristiche più frequenti, visibili e fisiche. Berlino ha ricondotto a Mosca il tentativo di colpire con droni esplosivi l’aeroporto di Lipsia/Halle; nel Baltico, una fregata russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese, mentre in Lituania è stato abbattuto un drone carico di esplosivo.
A questi casi si aggiungono attacchi informatici, manipolazione delle informazioni, incendi e azioni contro infrastrutture essenziali. L’Unione europea continua intanto a varare misure contro le cosiddette “attività ibride” russe, includendo anche i tentativi di indebolire le istituzioni democratiche.
Mosca rischia di più, secondo Irdi
L’esperto individua due trasformazioni nella pressione esercitata dalla Russia sul continente. La prima riguarda la natura delle operazioni, diventate più cinetiche e riconoscibili; la seconda è la minore attenzione mostrata da Mosca verso la possibilità di negare il proprio coinvolgimento.
Gli episodi più recenti, osserva Irdi, sembrano difficilmente riconducibili ad attori non statali. Il messaggio potrebbe essere che l’autore non teme più soltanto l’attribuzione dell’attacco, ma intende rendere evidente l’origine della minaccia. A suo giudizio, il Cremlino può aver interpretato le reazioni occidentali a cyberattacchi e disinformazione come insufficienti, aumentando così la propria propensione al rischio.
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La soglia non è scritta nei trattati
Per Irdi, definire ogni episodio semplicemente “guerra” non risolve il problema. “La soglia non è tecnica: è politica”, spiega nell’intervista. Le campagne ibride funzionano proprio perché ogni singola azione viene mantenuta al di sotto del livello capace di produrre una risposta forte e immediata.
La pressione graduale rende difficile costruire consenso nelle democrazie: un episodio isolato appare spesso troppo limitato per giustificare una reazione costosa. La Russia avrebbe sfruttato per anni questa dinamica, spostando progressivamente il limite senza provocare una mobilitazione politica adeguata.
Paura, energia e deterrenza
Il caso dei droni mostra anche il peso della percezione pubblica. Una minaccia ritenuta permanente può generare vantaggi per chi la alimenta, persino quando l’azione concreta fallisce o non produce danni rilevanti. Il bersaglio finale, spiega Irdi, non coincide necessariamente con un edificio o un’infrastruttura: riguarda la fiducia nelle istituzioni, la coesione sociale e la credibilità della deterrenza.
L’Europa dispone ancora di leve per aumentare il prezzo delle operazioni russe. Tra queste figurano l’energia, con conseguenze potenzialmente onerose anche per i Paesi europei, l’utilizzo degli asset russi congelati e il sostegno militare all’Ucraina attraverso armi, informazioni e assistenza. La paura di un’escalation, rileva Irdi, ha però inciso a lungo sui tempi e sulle modalità degli aiuti occidentali a Kiev.
Gli asset congelati dividono gli alleati
La possibile confisca delle riserve russe presenta difficoltà giuridiche e politiche, oltre al rischio di alimentare dubbi sulla sicurezza dei patrimoni detenuti da altri Stati. Irdi considera tuttavia non automatico l’effetto domino: la posizione di un Paese che ha invaso un vicino e conduce da quattro anni e mezzo una guerra tradizionale e ibrida non sarebbe paragonabile a quella di altri governi.
Resta comunque una scelta delicata. Le stesse caratteristiche che rendono solide le democrazie liberali possono trasformarsi in vincoli quando occorre agire rapidamente: le garanzie legali complicano gli interventi sui beni, mentre il controllo elettorale rende politicamente difficile adottare misure energetiche destinate ad aumentare i prezzi.
Una risposta comune ancora da costruire
La soluzione indicata da Irdi è una dottrina europea di deterrenza fondata su conseguenze prevedibili, comprensibili e abbastanza incisive da superare i vantaggi attesi dall’aggressore. L’attuale diffusione delle minacce ibride potrebbe diventare, secondo l’esperto, l’occasione per coordinare finalmente le politiche di sicurezza degli Stati membri.
Il tema non riguarda quindi soltanto la definizione da usare. “Non è il nome che impedisce una risposta efficace”, osserva Irdi: sono le decisioni concrete dei Paesi colpiti a stabilire quale spazio rimane alle azioni ostili e quale costo dovrà affrontare chi le promuove.
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