Europa, il bivio nell’era della forza: le regole non bastano più
Marta Dassù e Edoardo Campanella descrivono un sistema globale frammentato, dove Stati Uniti, Cina e grandi aziende tecnologiche competono per il potere.
L’Europa rischia di restare spettatrice in un mondo in cui le regole contano meno e la forza economica e tecnologica pesa sempre di più. Per Marta Dassù, però, il continente può ancora ritagliarsi un ruolo, a patto di affiancare alla propria capacità normativa strumenti strategici e imprese di dimensione internazionale.
La riflessione è al centro de «L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire», volume scritto da Dassù con Edoardo Campanella e presentato al Centro Studi Americani di Roma. Nel confronto, moderato da Alessandra Sardoni, sono intervenuti anche Giampiero Massolo, Lorenzo Bini Smaghi, Carolina De Stefano e Michele Valensise.
Il mondo entra nel “non ordine”
Secondo Dassù, la globalizzazione fondata su mercati sempre più integrati ha lasciato il posto a una competizione nella quale le grandi potenze trasformano gli strumenti economici in leve di pressione. Stati Uniti e Cina si contendono soprattutto il primato tecnologico, mentre la Russia resta uno degli attori della sfida geopolitica.
L’esito, tuttavia, non sarebbe la semplice nascita di nuovi imperi contrapposti. Gli autori parlano piuttosto di «assenza di ordine»: non una crisi passeggera delle regole esistenti, ma una messa in discussione della loro stessa utilità. Il potere si distribuisce tra Stati, potenze intermedie e soggetti privati, comprese le grandi piattaforme tecnologiche.
Dassù ha spiegato che le tendenze già emerse con la crisi finanziaria del 2008 si sono consolidate. A suo giudizio, non si va verso una fusione o verso uno scontro risolutivo tra imperi, bensì verso una frammentazione sempre più difficile da governare.
La forza non garantisce il risultato
Giampiero Massolo ha distinto il semplice disordine dalla situazione descritta nel libro. Nel primo caso, le regole continuano a esistere anche quando vengono violate; nel secondo, invece, viene contestata l’idea stessa che debbano esistere norme condivise.
In questo quadro, l’interesse nazionale viene perseguito attraverso la pressione e la dimostrazione della propria potenza. Ma la superiorità militare, economica o politica non assicura automaticamente il raggiungimento degli obiettivi: anche gli attori più forti devono fare i conti con dipendenze, ostacoli e capacità di blocco esercitate da soggetti meno potenti.
Il confine tra centro e periferia diventa così meno netto. Le grandi potenze possono incontrare difficoltà nel trasformare una crisi in un conflitto globale e, allo stesso tempo, cercano di evitare un confronto diretto. Per gli Stati medi prende piede il cosiddetto multi-allineamento: collaborare con interlocutori diversi, scegliendo di volta in volta in base agli interessi in gioco.
Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.
La sfida economica tra Washington e Pechino
Lorenzo Bini Smaghi ha spostato l’attenzione sui costi della competizione imperiale. Un centro di potere può ottenere vantaggi dal proprio ruolo, ma deve sostenere spese crescenti per conservarlo. La rivalità tra Stati Uniti e Cina mostra, secondo l’ex esponente della Banca centrale europea, proprio questa difficoltà.
Gli Stati Uniti hanno potuto a lungo importare più di quanto esportassero e finanziare dall’esterno una parte rilevante della propria economia. La sfida con Pechino ha però fatto aumentare il fabbisogno finanziario di Washington. La Cina, al contrario, deve sostenere produzione ed esportazioni e mantenere la propria posizione nelle catene del valore, comprimendo il peso dei consumi interni.
«Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla», ha sintetizzato Bini Smaghi. La rivalità tra i due Paesi si trasformerebbe così in una gara sostenuta dal debito, con problemi di tenuta per entrambi.
L’Europa deve trasformare il peso in potere
Il mercato e il risparmio europei restano risorse importanti sia per gli Stati Uniti sia per la Cina. Per Bini Smaghi, la questione decisiva è riuscire a convertire questa forza potenziale in capacità concreta di intervento.
La strada indicata passa dalla nascita di operatori continentali sostenuti non soltanto dalle istituzioni, ma anche da capitali privati europei. Il modello è Airbus: servirebbero realtà analoghe nei settori tecnologico, farmaceutico, finanziario e negli altri comparti considerati strategici.
Michele Valensise ha invece invitato a non ridurre il futuro dell’Unione a un elenco delle sue fragilità. L’Europa, ha osservato, esiste già e può reagire se rafforza l’integrazione e rinuncia a puntare esclusivamente sulle politiche nazionali.
Per Dassù, il continente non può limitarsi a produrre norme: deve sviluppare strumenti per difendere e promuovere i propri interessi. L’obiettivo, nelle sue parole, è «non solo sul menù ma anche al tavolo», cioè partecipare alle decisioni della nuova competizione globale invece di subirle.
Continua a leggere
Torino, resta in cella D’Alessandra: il mistero dell’uomo sparito
La gip conferma la custodia cautelare per la 24enne accusata di aver travolto un bambino mentre puntava al compagno e alla sua ex: resta da chiarire chi fosse con lei in auto.
Campbell, cade l’interdizione: il tribunale riapre la porta agli enti benefici
La giustizia britannica ha accolto il ricorso della modella, ritenuta estranea alle violazioni più gravi emerse nella gestione di Fashion for Relief.
Marsiglia, aggredito un preside: la protesta dei liceali scuote la Francia
La mobilitazione nata nelle periferie parigine per denunciare carenze nella scuola pubblica si estende al Paese, mentre il governo prepara una risposta d’emergenza.
Farage non arretra: il ritorno nella Ue resta fuori discussione
Il leader della destra euroscettica britannica attacca Burnham, boccia l’ipotesi di un nuovo voto e annuncia una nuova battaglia politica sull’Europa.