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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Europa, il bivio nell’era del non ordine: contare o restare ai margini

La sfida tra Stati Uniti e Cina ridisegna gli equilibri globali, mentre l’Unione europea cerca strumenti strategici per non limitarsi a fissare regole.

Il nuovo scenario internazionale non sembra destinato a produrre un semplice duello tra imperi contrapposti. La competizione tecnologica ed economica tra Stati Uniti e Cina sta invece spingendo il mondo verso una fase più instabile, nella quale le regole condivise perdono forza e il potere si distribuisce anche tra potenze regionali e grandi gruppi privati.

Al centro della questione c’è il ruolo dell’Europa. L’Unione dispone di un mercato rilevante, di risparmio e di una forte capacità normativa, ma deve trasformare queste risorse in strumenti concreti di influenza. È la tesi sviluppata da Marta Dassù ed Edoardo Campanella nel volume “L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire”, presentato al Centro Studi Americani di Roma.


L’Europa cerca un peso reale

Secondo Dassù, le grandi potenze non puntano più sull’idea di una globalizzazione uniforme e senza barriere. Washington e Pechino stanno utilizzando strumenti economici, commerciali e tecnologici per rafforzare la propria posizione, in una sfida che parte dalle conseguenze della crisi finanziaria del 2008 e che oggi appare molto più evidente.

L’Unione europea occupa una posizione particolare in questo quadro. Non è un impero e ha fondato gran parte della propria proiezione internazionale sulla produzione di norme, ma la sola capacità regolatoria non è più sufficiente. Le regole europee, ha spiegato Dassù, dovrebbero essere più efficaci e accompagnate da leve strategiche capaci di valorizzare i punti di forza già disponibili: l’obiettivo è fare in modo che l’Europa non sia soltanto “sul menù ma anche al tavolo”.

La discussione romana, moderata da Alessandra Sardoni, ha coinvolto Giampiero Massolo, Lorenzo Bini Smaghi, Carolina De Stefano e Michele Valensise. Il confronto ha preso le mosse dalla progressiva erosione della centralità americana e dalla crisi dell’idea secondo cui l’interdipendenza economica avrebbe potuto ridurre stabilmente le tensioni tra gli Stati.


Un mondo senza regole condivise

La definizione scelta dagli autori è quella di “assenza di ordine”, una condizione diversa dal semplice disordine. In un sistema disordinato, infatti, le regole continuano a essere riconosciute, anche quando vengono violate; nel nuovo contesto viene messa in discussione la loro stessa validità come fondamento dei rapporti internazionali.

Massolo ha sottolineato proprio questa differenza durante il dibattito. La forza torna a essere lo strumento con cui gli Stati cercano di perseguire l’interesse nazionale, ma la disponibilità di risorse superiori non garantisce automaticamente il raggiungimento degli obiettivi. Stati Uniti, Cina e Russia possiedono mezzi enormemente più ampi rispetto alla maggior parte degli altri attori, eppure devono fare i conti con dipendenze, ostacoli e capacità di blocco che possono ridurre l’efficacia della pressione esercitata.

Anche la distinzione tra centro e periferia diventa meno netta. Attori con un peso inferiore possono rallentare le decisioni delle grandi potenze o rendere più costose le loro strategie. Nel frattempo, gli Stati più forti cercano di evitare uno scontro diretto dalle conseguenze imprevedibili, mentre aumentano i ricatti reciproci e le alleanze temporanee.

Per le potenze intermedie si afferma così il multi-allineamento: collaborare con interlocutori diversi in base ai singoli interessi, senza legarsi definitivamente a un unico schieramento. Il risultato è un sistema multipolare nel quale i poli non sono stabili e le convergenze cambiano a seconda dei dossier.

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La gara economica pesa sulle potenze

Bini Smaghi ha concentrato l’attenzione sui costi che ogni progetto imperiale deve sostenere. Un centro politico può ottenere vantaggi dal controllo di un sistema più ampio, ma il mantenimento di quella posizione richiede risorse crescenti, soprattutto quando la rivalità tra potenze si intensifica.

Gli Stati Uniti hanno finanziato per decenni una parte significativa della propria economia importando più di quanto esportassero. La competizione con la Cina ha però accresciuto il fabbisogno finanziario di Washington. Pechino, al contrario, deve sostenere produzione ed esportazioni e contenere i consumi interni per conservare un ruolo centrale nelle catene del valore.

“Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla”, ha affermato Bini Smaghi, descrivendo la sfida tra i due modelli come “una gara a debito”. Entrambi, secondo l’economista, devono quindi confrontarsi con problemi di sostenibilità che limitano la durata della loro competizione.

Questa fragilità apre uno spazio per l’Europa. Il mercato dell’Unione e il suo risparmio sono risorse utili sia agli Stati Uniti sia alla Cina, ma il peso economico non si traduce automaticamente in capacità politica. Per colmare questa distanza servirebbero operatori continentali capaci di sostenere le imprese europee attraverso investimenti privati, accanto all’intervento pubblico.


Dalla frammentazione a una risposta europea

Il modello indicato da Bini Smaghi è quello di Airbus, da replicare in comparti come tecnologia, farmaceutica e finanza. La costruzione europea, nella sua prospettiva, non può dipendere soltanto dalle istituzioni: deve svilupparsi anche attraverso grandi iniziative industriali e finanziarie con una dimensione continentale.

Michele Valensise ha poi invitato a non trasformare le difficoltà dell’Unione in una denuncia permanente delle sue debolezze. “L’Europa esiste eccome”, ha osservato, richiamando la necessità di rafforzare l’integrazione e di non affidarsi esclusivamente a risposte nazionali.

Il punto centrale emerso dal confronto è dunque la capacità europea di trasformare le proprie risorse in autonomia e influenza. In un ambiente internazionale in cui le regole comuni arretrano e gli interessi nazionali tornano a essere perseguiti con maggiore durezza, l’Unione deve decidere se limitarsi a reagire alle mosse altrui o costruire strumenti adeguati per incidere sugli equilibri globali.

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