Eredità Brancaccio, il legale perde la causa: 20 milioni ai bisognosi
La Corte d’Appello di Roma ha respinto la richiesta dell’avvocato, che reclamava oltre 5 milioni per l’assistenza prestata alla principessa Fernanda Ceccarelli Brancaccio.
La disputa sull’eredità della principessa Fernanda Ceccarelli Brancaccio si chiude, almeno per ora, con una nuova sconfitta per il suo ex legale. La Corte d’Appello di Roma ha infatti confermato il rigetto della richiesta milionaria avanzata dall’avvocato, che dovrà anche versare 30.700 euro per le spese alle controparti.
Il patrimonio della nobildonna, morta il 22 ottobre 2014 all’età di 107 anni, comprende il Teatro Brancaccio di Roma e titoli per un valore complessivo vicino ai 20 milioni di euro. Secondo le sue ultime volontà, la destinazione indicata è quella dei «cittadini romani bisognosi».
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La richiesta milionaria del legale
Il professionista sosteneva di aver ricevuto nel 2007 un incarico ampio, regolato nel tempo da diversi accordi. A suo dire, il compenso avrebbe dovuto superare i 5 milioni di euro, con una cifra calcolata in rapporto all’intero patrimonio lasciato dalla principessa.
La causa era stata avviata dopo la morte della donna, nel 2014. In primo grado, però, il Tribunale di Roma aveva riconosciuto soltanto 32.378 euro, come stabilito nella sentenza del 20 aprile 2021. L’avvocato si è quindi rivolto alla Corte d’Appello, chiedendo 5 milioni e 1.500 euro per le attività svolte tra il 2007 e il 2014 e per quelle successive, fino al 2020.
Tra gli incarichi esaminati dai giudici figuravano quattro sfratti ritenuti non complessi, un reclamo contro l’amministratore di sostegno, un’amministrazione volontaria con rendiconto e quattro procedimenti penali di difficoltà media. Il legale aveva inoltre seguito l’analisi delle disposizioni testamentarie legate alla possibile costituzione della Fondazione Marcantonio Brancaccio, oltre a numerose comunicazioni e ad attività compiute dopo il decesso senza un incarico ritenuto provato.
Perché la Corte ha respinto il ricorso
Secondo i giudici d’appello, gli accordi sottoscritti dalla principessa configuravano un unico compenso complessivo, parametrato al valore dell’asse ereditario. Quelle intese, tuttavia, non erano state sottoposte al giudice tutelare e non avevano ottenuto la sua autorizzazione.
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Un altro elemento decisivo riguarda la presenza, dal 2008, di un amministratore di sostegno. La Corte ha ravvisato una sovrapposizione tra le funzioni affidate a quella figura e quelle rivendicate dall’avvocato, considerando simili natura, finalità e arco temporale degli incarichi. Di conseguenza, la stessa attività non poteva essere remunerata due volte.
La sentenza sottolinea inoltre che un’intesa privata non può aggirare i controlli previsti dal tribunale sulla gestione dei beni di una persona sottoposta a protezione. Nel caso della vedova di Marcantonio Brancaccio, le finanze erano infatti affidate proprio all’amministratore di sostegno.
Il testamento contestato dalla parente
La controversia sul patrimonio non era cominciata con la richiesta dell’avvocato. In precedenza, Maria Luisa Bottini, unica parente ancora in vita e legata alla principessa da un rapporto di quinto grado, aveva messo in discussione l’autenticità di quattro testamenti.
Bottini contestava che quei documenti potessero essere stati validamente firmati da Ceccarelli Brancaccio, che aveva soltanto la licenza elementare e li aveva sottoscritti quando aveva 102 anni. Gli atti assegnavano ai «cittadini romani bisognosi» il teatro di via Merulana, alcuni immobili di viale Manzoni, una tenuta agricola a San Gregorio di Sassola e investimenti per circa 20 milioni di euro.
Nel primo giudizio relativo alla parcella, considerata l’enorme differenza tra la somma richiesta e quella riconosciuta, due terzi delle spese erano stati compensati. La quota restante, pari a circa 10.000 euro, era stata posta a carico dell’eredità giacente; con la decisione d’appello, il legale dovrà ora sostenere ulteriori 30.700 euro.
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