Ricina, il dato che smentisce le certezze: allarme negli ospedali
Gli esperti tedeschi hanno esaminato alimenti e ambienti, mentre il Centro antiveleni di Pavia registra richieste senza precedenti e invita a non alimentare la disinformazione.
Il coinvolgimento del Robert Koch Institute di Berlino ha ampliato gli accertamenti sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita. Su impulso dell’Ambasciata tedesca, i laboratoristi dell’istituto hanno analizzato alimenti e ambienti, un’attività distinta dagli esami clinici eseguiti a Pavia.
Nel sangue delle due donne, inoltre, le concentrazioni rilevate non sono risultate uniformi: il valore misurato prima del decesso è stato diverso da quello emerso durante l’autopsia. Secondo Carlo Locatelli, direttore del Centro antiveleni dell’Istituto Maugeri, questo caso non consente di stabilire una soglia letale valida come riferimento generale.
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La dose letale resta un’incognita
Locatelli ha ridimensionato le ricostruzioni che indicano con sicurezza una quantità mortale di ricina. «Chi è che sa qual è la dose di ricina mortale? Questo caso è il primo in assoluto, non esiste alcun raffronto possibile», ha spiegato, sottolineando che le analisi hanno restituito risultati differenti a seconda del momento del prelievo.
Un campione era stato raccolto nell’ospedale di Campobasso mentre Antonella e Sara erano ancora ricoverate; un altro è stato ottenuto in occasione dell’esame autoptico. La variazione osservata nel caso di Antonella, ha chiarito il medico, può dipendere dalla diversa distribuzione della sostanza nel sangue dopo la morte. Per questo, al momento, non ci sono elementi scientifici sufficienti per definire una dose “alta” o “bassa” in termini assoluti.
Pavia riceve richieste mai viste
Negli ultimi sei mesi quattro o cinque ospedali hanno chiesto al centro pavese di cercare la ricina in campioni ematici collegati a situazioni considerate insolite o particolarmente difficili. Il numero può sembrare contenuto, ma per Locatelli rappresenta una novità assoluta: «In 34 anni che dirigo questo centro non era mai capitato».
Gli accertamenti, molto articolati, vengono svolti soltanto quando il quadro clinico presenta un’urgenza concreta. L’aumento delle richieste è stato registrato dallo scorso marzo, dopo che il centro aveva riconosciuto la presenza della ricina nelle due vittime, contribuendo all’avvio dell’inchiesta per duplice omicidio.
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L’allarme sulle false istruzioni
Il clamore suscitato dalla vicenda di Pietracatella ha spinto Locatelli a invitare alla prudenza nel parlare della sostanza. Il rischio, a suo giudizio, è duplice: favorire fenomeni di emulazione e offrire indicazioni potenzialmente utili a chi avesse intenzioni criminali.
Il tossicologo ha precisato che il suo richiamo non riguarda il lavoro della Procura di Larino e della squadra mobile di Campobasso, svolto a suo dire con grande professionalità, ma le informazioni infondate diffuse in ambito sanitario. Tra queste c’è l’idea che basti un procedimento semplice per ottenere il veleno dai semi del ricino. La produzione richiede invece competenze e strumenti scientifici; lo stesso Locatelli ha osservato: «Io, che pure sono un medico, non sarei minimamente capace di ricavare il veleno dai semi della pianta».
Il compito affidato agli esperti tedeschi
I tecnici del Robert Koch Institute non sono medici, ma specialisti di laboratorio con esperienza nel contrasto al bioterrorismo. Il loro intervento è servito a esaminare materiali che non rientravano nelle competenze del Centro antiveleni pavese.
La collaborazione ha riguardato in particolare la ricerca di quantità minime di tossine negli ambienti e negli alimenti. Le verifiche sui campioni biologici delle due vittime sono invece state condotte a Pavia, dove la differenza tra i prelievi ha aggiunto ulteriori elementi di cautela alle interpretazioni sulla ricina.
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