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Attualità 3 min di lettura17 min fa

Enzo Tortora, il processo già segnato dai pentiti

L’analisi di Leonardo Sciascia sul pentitismo si intreccia con il ritorno a Napoli del presentatore dopo l’assoluzione in appello.

Il processo contro Enzo Tortora è diventato il simbolo di una giustizia convinta della propria verità e poi affidatasi ai pentiti per confermarla. Il presentatore tornò a Napoli il 26 ottobre 1986, dopo l’assoluzione in appello, deciso a continuare la sua battaglia.

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La metafora di Sciascia

Leonardo Sciascia aveva individuato un precedente letterario nel sonetto di Gioachino Belli dedicato agli angeli ribelli, scritto nel febbraio 1833. Nel componimento, la punizione della schiera di Lucifero diventa possibile grazie alla denuncia di un angelo che si sottrae alla congiura.

Belli immagina San Michele alla guida delle forze celesti, con uno stendardo bianco e giallo, colori allora associati alle truppe pontificie. Tra i suoi scherzi linguistici compare l’unione tra cherubini e carabinieri, mentre la retata divina colpisce i sediziosi.

Sciascia si concentrò sul termine “impunito”, distinto dal più consueto “pentito”. Nella Roma papalina, spiegava lo scrittore, ottenere l’impunità equivaleva alla dissociazione e al pentimento di brigatisti, camorristi e mafiosi. La parola conservava però un significato più diretto, legato alla sfacciataggine, senza le implicazioni morali e penitenziali del pentimento.

Il punto centrale della sua lettura riguardava la necessità, per l’autorità, di ricevere la confessione di un colpevole prima di poter procedere contro gli altri. “Ed è curioso che soltanto dal pentimento e dalla delazione di un angelo ‘nero’ Iddio, che certamente già sapeva, si senta come formalmente, come giuridicamente a posto”, osservava Sciascia nella sua analisi.


Il ritorno di Tortora a Napoli

La riflessione apparve nell’autunno del 1986, mentre in Italia il ricorso ai collaboratori di giustizia occupava il centro del dibattito giudiziario. Patrizio Peci, ex esponente delle Brigate rosse, era stato liberato alcuni mesi prima dopo aver fornito informazioni che avevano portato all’arresto di numerosi compagni. A Palermo, intanto, si celebrava il grande processo alla mafia fondato anche sulle rivelazioni di Tommaso Buscetta e di altri pentiti.

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Nello stesso giorno della pubblicazione della nota, Tortora rientrò a Napoli per la prima volta dall’assoluzione ottenuta in appello a settembre. Al suo fianco c’era il deputato radicale Gianfranco Spadaccia, alla vigilia del congresso del Partito radicale. Parlando agli amici e ai militanti napoletani, il presentatore definì il procedimento nato contro di lui come la concentrazione dei mali della giustizia italiana: “È stato il primo, il più grande, il più nero”.

Tortora ricordava anche di avere incontrato, durante gli arresti domiciliari, un precedente risalente all’età giolittiana: il processo Cuocolo. Pur correggendo l’idea che il suo fosse stato il primo caso, continuava a considerarlo il più vasto e il più oscuro.


Il maxiblitz del 1983

L’inchiesta contro Tortora si inseriva nella grande operazione condotta a Napoli nella notte del 17 marzo 1983, passata alla cronaca come il “venerdì nero della camorra”. Il procuratore capo Francesco Cedrangolo dispose un imponente schieramento di forze dell’ordine per eseguire 856 mandati di cattura in poche ore.

L’operazione coinvolse circa diecimila agenti e rappresentò, per dimensioni, uno dei momenti più rilevanti della repressione giudiziaria contro la criminalità organizzata. Secondo la lettura proposta da Sciascia, il magistrato sembrava già possedere una ricostruzione dei fatti, ma cercava nelle dichiarazioni dei collaboratori la conferma necessaria a renderla formalmente sostenibile.

Da qui nasceva il parallelismo con il racconto degli angeli ribelli: un’autorità che si ritiene onnisciente, ma che attende comunque la delazione per sentirsi autorizzata a punire. Nel caso Tortora, quella logica contribuì a trasformare un procedimento giudiziario in una vicenda destinata a interrogare a lungo il rapporto tra accuse, pentitismo e responsabilità dei magistrati.

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