Elezioni Usa 2026, il piano anti-interferenze: cosa temono gli Stati
Un gruppo di ex esperti della Difesa sta preparando governatori e parlamentari all’ipotesi di pressioni federali sul voto di medio termine.
Il possibile uso dei poteri federali per condizionare le elezioni di medio termine del 3 novembre 2026 sta spingendo alcuni Stati americani a prepararsi in anticipo. Un gruppo informale composto da circa dieci ex funzionari del Pentagono ha avviato colloqui riservati con governatori, responsabili elettorali e membri del Congresso, appartenenti a entrambi gli schieramenti.
Le persone coinvolte sostengono di agire a titolo privato e non come rappresentanti dell’amministrazione federale. Il loro obiettivo è fornire strumenti pratici alle autorità locali e aumentare la consapevolezza dei rischi tra i parlamentari, soprattutto repubblicani, nel caso in cui la Casa Bianca tentasse di influenzare lo svolgimento o l’esito delle consultazioni.
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Gli Stati si preparano allo scenario peggiore
Negli ultimi mesi gli ex funzionari hanno incontrato esponenti istituzionali in dieci Stati. Durante le riunioni hanno illustrato come i poteri federali potrebbero essere impiegati per esercitare pressioni sul processo elettorale, includendo sia iniziative formalmente legittime sia condotte potenzialmente illegali.
Le fonti riferiscono che governatori e responsabili del voto condividono la preoccupazione, ma spesso non sanno quali contromisure adottare. «Tutti ci hanno detto di essere preoccupati, ma di non sapere come muoversi», hanno spiegato gli organizzatori degli incontri, indicando nella preparazione preventiva il principale risultato da raggiungere.
Tra le ipotesi considerate c’è l’impiego di militari o di agenti federali incaricati dei controlli sull’immigrazione nei pressi dei seggi. Un altro rischio analizzato riguarda la possibilità che i risultati vengano contestati attraverso accuse di frodi, con il tentativo di invalidare il voto in alcuni territori.
Il timore nasce dalle parole di Trump
Gli ex funzionari precisano che le loro valutazioni non derivano da informazioni riservate acquisite durante il precedente servizio pubblico. Le preoccupazioni, affermano, dipendono esclusivamente dall’analisi delle dichiarazioni rese in pubblico da Donald Trump e dai suoi alleati.
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Il contesto è quello della campagna condotta dal presidente contro il cosiddetto “Stato profondo”, descritto da Trump come una rete di dipendenti pubblici intenzionati a ostacolare la sua presidenza. Dopo il ritorno alla Casa Bianca, l’amministrazione ha inoltre promosso numerose rimozioni di funzionari di carriera ritenuti non sufficientemente fedeli, anche con il sostegno del Dipartimento per l’Efficienza del Governo guidato per alcuni mesi da Elon Musk.
I consulenti puntano a rafforzare i protocolli statali, così da ridurre le vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate dal governo federale. Ai membri del Congresso viene invece chiesto di riconoscere per tempo eventuali tentativi di pressione e di valutare una risposta pubblica, anche trasversale ai partiti.
La Casa Bianca respinge l’allarme
La portavoce della Casa Bianca Lauren Bis ha definito prive di fondamento le paure espresse dagli ex funzionari. In una dichiarazione ha accusato i democratici di opporsi a norme elettorali più rigide e ha difeso l’azione dell’amministrazione.
Secondo Bis, il governo sta «portando avanti un’azione decisa per proteggere le nostre elezioni», perseguendo i reati elettorali, mettendo in sicurezza le infrastrutture e tutelando gli elettori vulnerabili da frodi e intimidazioni. La portavoce ha aggiunto che chiunque partecipi illegalmente al voto dovrà rispondere delle proprie azioni.
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